“Da quando Baggio non gioca più…” scrive su twitter

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Che sia gestito direttamente da lui o dal suo entourage, poco cambia perchè Roberto Baggio è su twitter. Con @BaggioOfficial è stato rotto un tabù più resistente di un Vaticano che per avvicinarsi alla gente sceglie di registrarsi su un social network. In fondo, Baggio, sta all’Olimpo calcio come un Dio o, meglio, un piccolo Buddha, similitudine che lo troverebbe oltremodo in disaccordo.
Criticato spesso di non saper essere un leader, di non avere carisma, di essere troppo chiuso, poco simpatico ma soprattutto di avere difficoltà nel saper comunicare, Baggio ha scritto il primo tweet il 19 marzo scorso, alle 3:48 della mattina. E’ l’embedded del video della Gazzetta risalente al 2010 dove l’ex giocatore incontra Guardiola e Messi a Barcellona, nel ritorno dei quarti di Champions contro l’Arsenal.
Odiato da molti addetti ai lavori, usato dalla Figc per rilanciare l’immagine di una Federazione vecchia, talvolta anacronistica ma felice di esserlo; dai tifosi ha ricevuto solo amore. Zero vita mondana, una conversione religiosa, il nascondersi dal voyerismo dei mass media e l’adorazione di una delle più grandi chiese del mondo, quella degli appassionati di calcio.
Troppo buono per essere vero, c’è lo scazzo duro con Marcello Lippi a ridare un’umanità consapevole a chi con i piedi sapeva realizzare preghiere a fil di bocca.
Nel profilo twitter, non mancano i retweet al Dalai Lama, a quelli della Diadora che lo spinse a ballare il tip tap con Beppe Signori in uno spot storico, alla stima per Del Piero e Balotelli e per ultima a Mennea. C’è il riferimento ad Italia-Brasile e un’immagine che fa male più a lui che agli italiani: le mani sui fianchi, il rigore sbagliato a Pasadena nel ’94, i nazionali che iniziano a correre ad abbracciare Taffarel anche se mezzo minuto prima quel pallone era volato sulla traversa. “Quanti ricordi,quante lacrime – scrive – La delusione di non rendere felice la mia gente fu troppo grande. Un pugno allo stomaco #ItaliaBrasile”. Un coniglio bagnato dal sudore di partite giocate a mezzogiorno e con l’85% di umidità, in una nazione che il calcio lo chiamava “soccer”, sdegnata dal fatto che solo il portiere ci poteva giocare con le mani. Magari Baggio ha convertito pure loro anche se è diventata passione per pochi, una parola che lui usa spesso, la ritiene il motore di tutto, mascherata per tutta la carriera da interviste brevi e intense, in parole semplici, a lui che le complessità se le portava solo dentro il carattere e nei calci piazzati.
Sogna uno stadio pieno di bambini, sapendo che è un’utopia, che un altro Roberto Baggio non esiste, che ha fatto piangere di amore, odio e rabbia molte persone, che poteva diventare l’incubo del Brasile come Paolo Rossi.
“Nella vita le persone devono dare tutto ciò che hanno. La vita può dare e togliere tutto, l’importante è non avere rimpianti”, in fondo: i rigori li sbaglia solo chi ha il coraggio di tirarli.

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