Lacrime di Stramaccioni. Il tabù del pianto in Serie A

Strama

E’ lo sport ad avere infranto il tabù delle lacrime maschili. Piangono di più gli uomini delle donne nelle varie discipline, almeno in quelle dove la disperazione è più a portata di mass media. Il pianto di delusione, dolore o gioia, ha una rilevanza mediatica direttamente proporzionale al livello della competizione. Facile provare empatia per i sentimenti espressi dagli atleti durante un’Olimpiade o un Mondiale di calcio, assieme allo stereotipo dei quattro anni lunghi e penosi di preparazione che potrebbero farti salire sul podio come massacrarti l’anima per non aver ottenuto neppure un ritaglio di visibilità. Più difficile, invece, capire quelle di impotenza e frustrazione o tristezza vera nei semplici campionati. E il pallone è l’ultima culla rimasta dell’intolleranza alle lacrime maschili perchè il calcio è il gioco maschio per eccellenza e quello dove sopravvive il dogma del pianto che è da femminucce. Forse, è ancora più resistente della dottrina del “433” zemaniano.
Due domeniche fa le lacrime di disperazione del tecnico dell’Inter Andrea Stramaccioni, mentre la sua Inter si disfaceva in mille pezzi a Siena, sono state “paparazzate” da Mediaset, chiuse in un fotogramma, nel quale il mister cercava il tasto “pausa” al pianto (così come chi curava il montaggio del servizio). In vita sua, l’allenatore romano ha avuto di che piangere sul serio: nel ’94-’95 Stramaccioni stava per spiccare il volo e diventare giocatore vero nel Bologna di De Marchi e Nervo, poi un infortunio molto serio al ginocchio bloccò le ambizioni del 18enne che vuole emergere nel calcio che conta.
Buttati gli scarpini, Stramaccioni torna a Roma, si diploma al liceo classico e si laurea in legge, discutendo la tesi, in diritto commerciale, sulle società sportive quotate in Borsa. Il resto, è storia recente. Il tecnico dell’Inter si fa passare la nausea per il calcio e lui, ragazzo, inizia ad allenare ragazzini. Alla Roma lo vorrà Bruno Conti, all’Inter Ernesto Paolillo e infine il presidente Massimo Moratti.
Accusato di voler imitare Mourinho, ha saputo staccarsi un po’ da questa figura perchè tecnico scrupoloso e che sa mettersi molto in discussione, flessibile anche nelle sue idee tattiche. Chissà se il tecnico portoghese avrebbe saputo piangere di fronte alla disfatta di Siena. La risposta non è scontata visto il personaggio a volte così prevedibile da risultare prevedibilissimo. Sta di fatto che il pianto di Stramaccioni strideva ancor di più davanti ad un Inter così muscolare nonchè la meno tecnica degli ultimi anni.
Piangere in pubblico non è diventato più tabù, tranne nella nostra serie A. E c’è differenza nelle reazioni di fronte alle lacrime. Mostrare le proprie debolezze oggi è segno di coraggio e sensibilità ma differenti sono gli atteggiamenti a fronte di una Miss Italia che piange e davanti alla quale l’uomo assiste al crollo della sua la libido, diversamente da un uomo che lacrima per il quale le donne hanno invece un innalzamento del desiderio sessuale. Così dice uno studio dell’Università di Tokio, ma in serie A il pianto è meglio ricacciarlo indietro e quando non riesce va paparazzato al pari di un Lapo Elkann con l’ennesima nuova fiamma. Eppure nel calcio si piange e tanto. Il pianto di uomo di ghiacchio-Pirlo al termine della finale dell’Europeo perso l’estate scorsa contro la Spagna, è storia. Lo hanno capito anche i tedeschi che ci si può lasciar andare e farlo pure sapere, soprattutto se arrivi sempre favorito a batterti con l’Italia, ma poi esci sconfitto per l’ennesima volta. “Negli spogliatoi sono tutti in lacrime – disse il Ct Joachim Löw a fine partita – Nessuno dice una parola”. Pianto comprensibile, ammissibile, accettato. Europeo.

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