Zeman, Darwin e la sopravvivenza del più adatto

Se ne parla ancora nella città eterna. Se ne parlerà per mesi. Fino al prossimo derby. Quello di domenica è ancora dentro i bar, tra sfottò e goliardia a marchio romano, le risate, le prese in giro dell’amico o collega che ha perso. Dalla parte di chi ha vinto, invece, si inventano nuovi Re, Papi, Messia da mettere sul trono, chè poi basta una prestazione negativa, una dichiarazione storta, una caduta di stile e tutti giù per terra.
Zdenek Zeman, l’uomo del derby che “è una partita come le altre”, ha giocato il match in modo prevedibile, con dichiarazioni già sentite nel pre-gara e con frasi sconnesse – e stavolta inaspettate – nel post, che avevano a che fare con la poca luce dei riflettori, il campo bagnato, De Rossi che ha sbagliato a dare il sinistro a Mauri e nulla più.
La coerenza, il rimanere fedeli a se stessi, sono virtù nel momento in cui non traslano nell’autolesionismo fine a se stesso. Chiunque abbia una discussione extra campo con il boemo, che so una cena tra amici al ristorante, difficilmente vi dirà che sarà facile contraddire le sue tesi. “Tachsidis è lento, mister”. “No – risponde Zeman – Dategli tempo e vedrete che fenomeno ne uscirà fuori”. “Spreca De Rossi”. “Neppure – sostiene l’allenatore della Roma – perchè non può ricoprire il ruolo di regista”. Il calcio è spettacolo, il gioco è bello solo se coerentemente offensivo per novanta minuti. E infatti c’è un’immagine rimasta impressa della partita dove ci sono otto giocatori della Roma sulla linea di centrocampo in fase di non possesso. Impossibile dargli contro. Il problema è che se il bello e utile andassero sempre d’accordo, il mondo sarebbe perfetto, non esisterebbero gli sconfitti e quindi nemmeno i vincitori.
Che il derby fosse una partita che non andava giocata alla Zeman, era palese e il segnale lo aveva dato Casiraghi intervistato qualche giorno prima dalla Gazzetta, ricordando un Roma-Lazio 0-2 avvelenatissimo con tutta una serie di polemiche al cianuro, a fine gara, tra Cervone, Rambaudi, Giannini, Bergodi e Signori. “Quella partita la interpretammo noi in maniera diversa – ha ricordato Casiraghi – Anzi, senza forse. I terzini spinsero di meno e noi attaccanti giocammo più corti. Zeman l’aveva preparata come le altre partite”.
“Loro hanno fatto catenaccio, ma noi lo sapevamo” disse nel post gara Cervone. E invece no che non c’era da immaginarselo mentre Zeman vedeva una squadra che non rispondeva ai suoi comandi e con la bile che gli stava sanguinando. E’ che la Lazio quella partita non la voleva perdere dopo il disastro totale dell’andata quando la Roma le dette tre sberle. Solo che il 23 aprile ci arrivò – come sempre – con le ossa rotte. E se vale il detto che si cambia per non morire, il non adattarsi e il non piegarsi alle situazioni e ai contesti per rimanere coerenti alla propria dottrina, è semplicemente autolesionismo.
Zeman sfugge all’evoluzione e alle tanto criticate tesi di Charles Darwin al proposito. In un palcoscenico dove se vinci vivi e se perdi muori – in Italia è così, inutile girarci intorno – è ancora un miracolo che il mister sia rimasto in vita smarcandosi dal mancato adattamento al contesto. Non predominerà mai il più più forte in sè ma solo chi si dimostra flessibile al cambiamento dell’ambiente in cui vive. Il calcio di Zeman non sarà mai vecchio ma essere sempre giovani non significa necessariamente essere anche vincenti.

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