L’ateo di Torino

Inverno, ora di pranzo. Un bar come un altro, di quelli che da mezzogiorno in poi cucinava piatti caldi oppure il solito panino o piadina imbottiti. L’avevo conosciuto da poco ad una conferenza stampa. Era un giornalista che lavorava a Torino per un quotidiano locale. Mi aveva invitata a pranzo per parlare e poi per darmi una mano con le dichiarazioni in sala stampa, io che ero arrivata con un po’ di ritardo. In sottofondo la solita radio trasmetteva uno di quei tormentoni invernali da ballare nei locali, ma non ricordo quale, anche perchè ero più interessata alla conversazione, io che della realtà della Mole avevo solo un’idea fatta di stereotipi e dei ricordi dell’aeroporto Le Caselle e lo stadio “Olimpico”.

“Sei di Torino, quindi la domanda è praticamente obbligata. Juventus o Toro?”

“Ateo”

“Che significa?”

“Io rispondo sempre così a questa domanda. Il tifo è una brutta bestia”

“Beh, sì, io per prima ne comprendo gli effetti”

“Che poi, fa poca differenza. Sono uguali”

“Uguali? Chi?”

“I tifosi della Juventus e del Torino. Non c’è differenza. E io sono ateo anche per questo”

“Maddai, io non li conosco bene i tifosi di Torino e Juventus ma sembrano quanto di più diverso ci possa essere”

“No. Pretendono tutto perchè tutto gli è dovuto e per questo non c’è differenza. Soffrono della stessa esigenza”

“Vale a dire?”

“Di riscatto sportivo e di vita. Si sentono in debito con gli eventi e piangono lo stesso pianto”

“Ma ti stai riferendo alla loro storia?”

“Sì, certo. La Juventus ha la cicatrice dell’Heysel. Il Torino quella di Superga. Questi sono gli eventi per i quali si sentono in debito morale. Più c’è Calciopoli”

“Capisco. Sì, mi fai ricordare una citazione di Beccantini”

“Sì, capisco a quale ti riferisci. L’unica differenza è che forse i tifosi del Toro sono più talebani nel culto del tifo”

“Che vuoi dire?”

“Che sono pronti a difendere in massa qualunque cosa possa combinare un tifoso, anche la più brutta. E questo solo perchè tifano la stessa squadra”.

Non parlammo più delle due squadre, non ricordo dove scivolò la conversazione, sicuramente sul lavoro della mattinata. A pranzo finito, cercai su internet la definizione di Roberto Beccantini che mi aveva colpita non più di qualche mese fa:

“La Juventus è una figlia di papà. Di papà Agnelli, di Edoardo e di tutta la generazione a venire. La Juve è stata la squadra di Charles, di Sivori, Platini, Baggio, Zidane. Il Torino invece è stato figlio della madre di tutte le sciagure: Superga. Andrei al di là della solita divisione convenzionale di una Juventus aristocratica e di un Torino popolare. Direi che la Juve è la squadra che si è tolta tutti gli sfizi, mentre il Toro spesso è stato costretto a scendere a patti con il destino”. 

In giro per il web trovai anche un’altra citazione di Giovanni Arpino e pensai che quella, più di altre, sottolineava l’integralismo nel tifo granata:

“Il Torino, come tutti sanno, è una fede. E anche se la fede non può sempre vincere, il suo valore resta incontaminato”.

Tempo fa, avevo proposto ad un sito un articolo proprio sui punti in comune che può avere la religione con il calcio, scomodando la banalità di Marx e della figura retorica dell’oppio. Mi sono chiesta se nelle camerette dei ragazzi di oggi i poster di Ronaldo o Messi avessero sostituito i crocefissi e le Madonne che i genitori mettono alle pareti, se il rito della domenica, anche con le partite spalmate durante la settimana, avesse sempre le sue tappe obbligate, che differenza c’è tra chi sente l’obbligo di presenziare alla Messa con quello di chi invece percepisce il dovere dello stadio.
Il mittente di questa mia proposta è rimasto spiazzato e forse mi ha presa per una credente-praticante, suggerendomi di non far prendere al discorso una piega clericale, visto che avevo pensato a don Paolo De Grandi come punto di riferimento dei miei quesiti.
Sono quindi ferma al palo. Un po’ come quando alle medie, le compagne di classe mi chiedevano se mi era piaciuta l’ultima puntata di “Beverly Hills 90210”. Rispondevo di sì anche se non era vero, perchè avevo perso il filo tra una settimana e l’altra, chè in tv il giovedì sera guardavo le partite del Parma in Coppa delle Coppe. E’ solo che era difficile spiegare perchè preferissi la squadra di Scala a Dylan. Eppure anche quei giovedì erano “sacri”.

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2 pensieri su “L’ateo di Torino

  1. io sono molto religioso, credo nel Toro…

    http://casaloma.blogspot.it/2011/04/perche-sono-del-toro.html
    “Ecco credo che essere del toro è anche questo sentire la gioia dentro non per un trionfo ma perché capisci che
    chi indossa quella maglia sta dando qualcosa di più, sta andando oltre i suoi limiti
    e lo fa perché è bello sovvertire l’ordine naturale delle cose
    quell’ordine che ci vuole fuori dalla partita essendo – di fronte al calcio moderno – anacronistici, poco televisivi, brutti, sporchi e un po’ cattivi…
    ragazzi, noi vi vogliamo così!”

    Torino siamo noi.

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  2. Ho vissuto a Torino parecchi anni, forse anche troppi (quasi 15). Il tifo juventino ce l’avevo cucito addosso ancor prima che vi arrivassi (a poco meno di 20 anni).

    Se si guarda il tifo della capitale subalpina con gli occhi del “torinese”, allora condivido in pieno il pensiero di Ugo. Se si guarda al binomio juve-toro da fuori Piemonte, specie dal Sud, dove la Juve ha il suo più grande bacino di utenza, allora le cose cambiano drasticamente, e ci si avvicina alla visione della intervista del post. Da “fuori” di comprende bene come il toro abbia un tifo molto viscerale e legato al territorio e alla storia, e come anche la Juve sia una fede di riscatto e di orgoglio. E’ vero la Juve ha avuto Charles, Sivori, Haller (da molti dimenticato), Platini etc.., ma allo stesso tempo ha dato onori e gloria a tanti figli del Sud: Anastasi, Causio (tra quelli estrosi e di classe), Furino, Gentile, Cuccureddu (tra quelli che correvano e legnavano di brutto) e tanti altri anche a valle degli anni 70. Se parli con gente del Sud tifosa della Juventus, ti posso assicurare che loro ricordano volentieri e con più orgoglio quasi più i brutti sporchi e cattivi, che il “barone” Causio e Anastasi, che di a livello tecnico, potevano anche avvicinarsi ai nomi degli stranieri di cui sopra (questi giocatori per via dei loro mezzi tecnici, non ebbero mai il complesso di inferiorità e di vittimismo tipico della stragrande maggioranza dei meridionali, per cui se da un lato potevano rappresentare un riscatto, dall’altro era difficile per un contadino del Sud immedesimarsi in un personaggio come Causio che ti sbatteva in faccia ad ogni intervista il fatto che come dribblava lui, non dribblava nessuno ).

    Visto dal Sud e dagli juventini, il Toro suscita rispetto. La rivalità territoriale si estingue e resta quel loro alone tra storia e rivincita, che ben seppe incarnare un grande uomo come Mondonico nella sua avventura granata. Quando penso a Mondonico, da meridionale, da juventino, ma soprattutto da uomo, mi tolgo il cappello.

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