Tutta la genuinità della serie D, tra partite vendute, i “figli di” che pagano per giocare e i mister procuratori

I giornalisti sanno tutto. E parlo di qualsiasi campionato, categoria, città. Che sia il club della piccola provincia come quello della metropoli, i giornalisti conoscono qualsiasi cosa ma non mettono mai nero su bianco. A volte manca il coraggio di scrivere quello che la gente non pensa, di andare contro il prepotente di turno ma in altre il vero deterrente è la mancanza di prove per dimostrare un fatto, chè la querela è ormai facile come tirare addosso un bicchiere d’acqua.
Nauseati da Calciopoli prima, calciodopato, calcioscommesse e quello che volete, la preghiera è che venga meno il luogo comune su quanto sia più genuino il calcio non professionistico, quello che va dalla serie D in giù.
Si spende poco, lo spirito è più “giocoso”, lo stress è minore, sulle partite non si scommette, le società vanno avanti soprattutto grazie alla passione dell’imprenditore di turno, magari il più ricco della provincia. Posto il fatto che dentro impianti fatiscenti il pane e salame si mangia eccome e che il discorso non è estendibile a tutte le centinaia di società dilettantistiche, la serie D ha una purezza del colore della cenere.
Gestire un club e portarlo a raggiungere l’obiettivo – che sia la salvezza o la promozione –  far quadrare il bilancio, sostenerne l’attività, costa centinaia di migliaia di euro ogni anno. Sono necessarie figure professionali dentro lo staff impiegatizio oltre che commerciale, così come dentro il campo. Il ritorno per i patron è praticamente nullo e finchè non sei nei professionisti, l’investimento è a perdere. Non so cosa possa portare un imprenditore a investire nel calcio di questa categoria, forse il campanilismo, l’amore per la città di appartenenza, ma sono tutti concetti che si fanno labili e svaniscono di fronte allo sforzo di gestire una società che sì, dà una popolarità, seppur locale, enorme ma nello stesso tempo strappa tempo alla quotidianità extra lavoro. Eppure le categorie dilettantistiche sono indispensabili al sistema calcio, costituiscono la gavetta per molti ragazzi, temprano alle peggiori condizioni per poi gestire le migliori. La crisi però, non ha lasciato immune la categoria e le conseguenze non risiedono solo sul fallimento dei club. Esistono escamotage, soluzione bizzarre che nel breve periodo funzionano, in altre parole ti fanno tirare avanti perchè puoi anche risiedere in un comune di 2mila abitanti ma non avere una società di calcio è una vergogna e un vuoto inaccettabile per la cittadinanza.
Innanzitutto bastano i soldi per l’iscrizione al campionato che non sono una cifra esosa e per la D si parla di 18mila euro circa, dopo di che ci si affida ad un allenatore e ad un direttore sportivo che hanno una rubrica infinita, fatta di nominativi e contatti di centinaia di giocatori. Tra questi, ci sono gli scarsi e quelli appena un po’ meno di scarsi che, da figli di papà, pagano per giocare. Sì, si paga per giocare in serie D e si paga caro. Si può versare un assegno di 30mila euro per far fare dieci presenze al “figlio di” e nessuna clausola riporta il numero delle partite intere. Tanto per intendersi, se Caio entra all’ 87′ fa già gettone. Oltre a loro ci sono i giocatori assistiti da procuratori indipendenti dal giro e quelli li devi pagare. Qui un rimborso spese (nel dilettantismo lo “stipendio” non è contemplato) può essere di poche centinaia di euro come arrivare a 4mila. I giocatori percepiscono questa somma ogni tot mesi, grazie ai papà che finanziano i minuti in campo del figlio ma, cosa fondamentale, fin da inizio anno sanno che oltre un tot non potranno ricevere perchè la società non potrà mai farvi fronte. Qui entra la figura dai contorni sfumati (perchè non contemplata nella categoria) del direttore sportivo che assicura al calciatore di talento della squadra che se non riceverà i rimborsi spesi per intero, gli verrà trovata sicuramente la destinazione in un’altro club in salute nel quale giocare. Si costituiscono rose competitive durante l’estate, perchè le stesse devono arrivare a dicembre – mese di riapertura del mercato di categoria – con almeno 25-30 punti, i due terzi di quelli che occorrono per salvarsi. E così, rimangono in squadra i “figli di” che se pur di giocare pagano, non sono certamente dei fenomeni. I tifosi passano nel giro di due mesi a vedere una squadra che può vincere il campionato, ad una che, se va bene, lotta per la salvezza ai play out. La pena è quando si arriva a febbraio, mese cruciale per il campionato e lì le società che giocano contro possono accordarsi gratuitamente per il risultato oppure corrompere con qualche spicciolo uno o più giocatori avversari che anche uno spettatore poco navigato capirebbe che si sono venduti la gara, quando dopo venti minuti di furore agonistico perdono il pallone più prezioso della partita.
Non va però sempre così male. Può accadere che l’allenatore-procuratore o il direttore sportivo-procuratore allestiscano una squadra per giocarsi un campionato di vertice. Gli assistiti giocheranno sempre o quasi, per i “figli di” saranno garantite le presenze concordate ad inizio anno, chi ha altri agenti o è fortissimo oppure se non fa esattamente la differenza diventerà una riserva anche se migliore di chi gli scippa il posto da titolare. Lo vedi entrare a partita iniziata che vorrebbe spaccare il mondo (e a volte ci riesce)  accompagnato dalla canonica frase da tribuna “Come mai il mister non lo fa giocare al posto di Tizio?”.
Ecco: questo è il calcio genuino della serie D con situazioni viste con i miei occhi. Non sono solo illazioni e quando mi spingono a fare nomi e cognomi, mi chiedo come potrei senza uno straccio di prova in mano far venire fuori tutta questa “purezza”. Nel frattempo, in campo, la mediocrità dilaga, la tecnica non esiste, assisti a partite da sbadigli e ad arbitri che si mettono sul piedistallo per la frustrazione o, viceversa, per l’ambizione di arrivare più in alto di categoria se sono giovani. Tutto questo, mentre nello stesso momento, il giocatore di talento, potrebbe ritrovarsi a stracciare quell’assegno di 30mila euro che gli spetta di compenso, perchè il padre del “figlio di” l’ha firmato sapendo essere già scoperto.

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