Inzaghi in panchina, l’ultimo Pirlo e la generazione perduta

Nella sua prima partita ufficiale da allenatore degli Allievi, il Milan di Filippo Inzaghi vince per 5 a 1 contro il Bologna. La retorica dietro il calcio d’angolo, impone di dire che questa squadra presa in mano dopo una decisione sofferta, somigli al suo allenatore. Come se non bastasse, le dichiarazioni a fine gara hanno addolcito ulteriormente la mancata metamorfosi da giocatore a tecnico: “Mi spiace solo dover fare delle scelte – ha detto Inzaghi – oggi ho fatto entrare tutta la panchina, ma ho pensato anche ai cinque ragazzi che ho mandato in tribuna. Con me troveranno spazio tutti, perché è giusto così”. Detto da chi di spazi se ne intende, soprattutto se sono stretti, se permettono al massimo un giro di 180 gradi, se sono contaminati, se sono quasi bui, rappresenta una certezza per quei ragazzi che la partita se la sono vista in tribuna con la tuta ufficiale.
Secondo un mister di nome e di fatto, Alex Ferguson, Inzaghi dovrebbe essere nato in fuorigioco. Su quell’equilibrio precario, spesso come una linea d’inchiostro di una stilografica, l’ex attaccante ci ha costruito una carriera, una fenomenologia, ha rinverdito i fasti della punta italiana classica non eccelsa fisicamente, ma sempre davanti alla porta con un tempismo disumano, quasi d’automa.
Al momento non c’è un erede d’Inzaghi, non esiste un attaccante che abbia esattamente quelle caratteristiche e chissà per quanti anni va aspettato, se mai ne nascerà un altro. Non eravamo pronti a vederlo in panchina come allenatore. Non eravamo pronti a vedere Nesta e Di Vaio giocare in Canada, non eravamo pronti a Del Piero farsi tesserare in Australia. E’ troppo lontana, è un qualcosa di calcisticamente asettico rispetto alla febbre italiana, a confronto di un calciomercato sempre più povero, ad un Fulham che si fa preferire a Fiorentina o Juventus. Calciatori prodotti dai nostri vivai e nati negli anni Settanta, vissuti come poster attaccati in camera per noi bambini o adolescenti negli anni Novanta, gli stessi che da adulti hanno addosso l’etichetta di “generazione perduta”, un buco nero nel quale sono cadute le aspettative di lavoro o di lavoro equamente remunerato, sognando da grandi di diventare come Inzaghi o Del Piero. La generazione perduta che metteva da parte i soldi per l’abbonamento allo stadio si chiede ora se ne valga la pena se un nuovo Nesta o il prossimo Totti non ci sono. Quando anche Pirlo si farà allungare la barba da brigatista anni Settanta, lui che è nato nel ’79, avremo pure nostalgia di chi la carriera l’ha costruita da geometra ma dentro un campo da calcio, perchè se c’è una cosa che gli anni Duemila hanno insegnato, è stata la teoria che la fantasia sia un concetto sopravvalutato. Eppure Inzaghi, Nesta, Totti, Del Piero, Pirlo, sono stati grandi ognuno a modo suo, sfruttando la dote migliore che la Natura gli aveva donato. A noi, generazione perduta, il talento non basta.

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3 pensieri su “Inzaghi in panchina, l’ultimo Pirlo e la generazione perduta

  1. Ho vissuto il Milan di Van Basten e pure quello di Inzaghi: non mi vergogno di dire che tra la tecnica sopraffina dell’olandese e la romantica ricerca di sopperire con l’intelligenza alla sua incapacità di fare anche solo uno stop a centrocampo, tra i due, quello che schiererei in un ipotetico quanto rigido albero di natale, quello è Pippo.
    Condivido l’amarezza di fondo del tuo post, campioni (non solo con i piedi) come quelli che hai citato non ne nascono tutti i giorni.

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    • Preferire Inzaghi a Van Basten é un argomento che meriterebbe un trattato a parte. Il mio non é sarcasmo, tutt’altro, ne capisco perfettamente le ragioni e intuisco che non sei l’unico a pensarla a questa maniera: secondo me trovo alte migliaia di milanisti che la pensano come te

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