London calling. Olimpiadi goderecce, il logo aborto, il nonno a cavallo

Londra chiama. Alle 19,30 infatti si parte con la cerimonia di apertura, curata dal regista di “Trainspotting” e “The Millionaire”, Danny Boyle. Ai tempi di facebook e twitter nemmeno eventi come questi sono più sorprese. Se fate una ricerca sul web troverete la cerimonia in tutti i suoi dettagli.

Londra chiama, perchè dopo Pechino 2008 vanno riscritte un po’ di storie. La Cina della censura ci ha impresso dentro l’impresa del centometrista Bolt e poco altro. Le emozioni olimpiche sono ancora tutte concentrate su Jesse Owens, Abebe Bikila, Nadia Comaneci, Mark Spitz, Carl Lewis, Michael Johnsonn: abbiamo davvero bisogno d’altro.
Si dia fine alle fandonie da spirito olimpico buonista: alle Olimpiadi, dopo anni di sudore e sangue ci si va per ottenere il miglior risultato possibile e per qualcuno significa “vincere”. Nessuna pena moralista per quegli sport o atleti sconosciuti di discipline – “poverine” – che si ricordano ogni quattro anni. C’è davvero qualche italiano che per caso non sa che volto abbia la fiorettista Vezzali? Oppure che non sa chi è mister Kinder Bueno Howe lasciato ingiustamente a casa (vicenda che meriterà un capitolo a parte)? No e in ogni caso, è già tempo di assegnare le prime medaglie.

Medaglia d’oro al sesso. Non s’è parlato che di quello alla vigilia di Londra 2012, cosa mai successa prima di un’Olimpiade. Gli atleti lo fanno? Quanto? Ma anche prima di una gara? Fa male? Migliora le prestazioni? “Sticazzi” e gossip a go-go con la Pellegrini e Magnini, nuotatori, con lui che diceva di optare per l’astinenza, mentre lei rispndeva:“Ma stiamo scherzando?!”. A questo punto la domanda è lecita: cosa fa Federica Pellegrini quando non nuota? Magnini china il capo quando deve passare dalle porte? Altri racconti goderecci, quelli del portiere della nazionale rosa di calcio degli Usa, Solo Hope (nella foto), femminile come allevatore di vacche chianine: “Si fa molto sesso perché l’Olimpiade è l’esperienza di una vita e si vogliono creare ricordi indelebili. Ho visto persone fare sesso all’aperto, tra i prati o gli edifici. La gente ci va giù di brutto”. Altro che medaglie…
E comunque saranno le Olimpiadi dove ci chiederemo ancora di che sesso è la sudafricana Semenya, stavolta portabandiera del Sudafrica. Così si sono evitate le discriminazioni di genere e nessun atleta del Sudafrica s’è litigato il compito. Un ibrido mette tutti d’accordo.
Maglia nerissima all’Arabia Saudita, unica nazione a non avere nemmeno un’atleta donna perchè vietata loro la partecipazione, mentre ci ha fatto simpatia la cestista brasiliana Iziane Castro Marques, espulsa per aver portato per diverse sere in ritiro il fidanzato.
Medaglia d’argento al cattivo gusto del barbiere di Aldo Montano. L’eccentrico sciabolatore si è fatto rasare sulla testa la scritta “God save the Queen”. Una roba inguardabile ma il barbiere si merita solo l’argento perchè uno che fa obrobri simili, siamo sicuri che è capace di cose ancora migliori.Medaglia di bronzo alla bruttezza del logo. Un aborto. E nemmeno di quelli spontanei visto che è costato 400mila sterline, pari a 600mila euro. Nessuna scena erotica di Lisa e Bart Simpson, si tratta di quattro sagome dove ognuna raffigura i numeri che vanno a comporre l’anno, disposti in verticale. Chissà perchè, chi disegna i loghi, per gli eventi sportivi dà sempre il peggio di sè (ricordate il logo di Barcellona ’92?).

Medaglia di legno a Hiroshi Hiketsu. Partecipa nella disciplina dell’equitazione a 71 anni suonati e completamente per puro caso. La sua ultima partecipazione olimpica risale a 44 anni fa: Tokio 1964. “Cavalco ogni giorno e mi alleno fisicamente – ha detto – Ma le Olimpiadi sono cambiate tanto”. Eh beh…

Menzione speciale al maratoneta Guor Marial, che parteciperà come atleta indipendente perchè nato nel Sud Sudan, che come Stato esiste da meno di un anno e non ha ancora un comitato olimpico indipendente. Gli è stato chiesto di partecipare con la nazionalità sudanese ma ha risposto picche: una scelta simile avrebbe offeso la memoria dei suoi familiari. A 14 anni Marial fuggì negli Usa dove si trova ancora come rifugiato politico. I soldati sudanesi gli fecero irruzione in casa, spaccandogli la mandibola col calcio del fucile e sterminandogli mezza famiglia. Comprensibile il rifiuto di una bandiera che non gli appartiene.

Articolo pubblicato su www.valdichianaoggi.it

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