Perchè Ibrahimovic non è un mercenario

Lo chiamano zingaro perchè di zingaro ha il sangue misto, perchè è cresciuto in un ghetto svedese assieme agli altri immigrati coetanei, perchè la sua infanzia è stata tutta un ping pong di affidamento alla madre o al padre. In pochi lo sanno ma a Zlatan Ibrahimovic non secca per niente questo soprannome, anzi. Capisce l’italiano benissimo ma non ha nessuna intenzione di parlarlo meglio, semplicemente perchè a lui piace usare le parole con quella cadenza, poche proposizioni, meno articoli. In altre parole, è una consapevolezza e se la tiene stretta.
Di mondo ne ha girato poco, almeno calcisticamente parlando. Le sue squadre sono state tutte dentro l’Europa che sportivamente conta: Svezia, Olanda, Spagna, Italia. Gli manca la Francia, arriverà a Parigi dallo sceicco (“grullo” come ama sottolineare un mio amico) quelli che si prendono un club glorioso, il Paris Saint Germain in questo caso, e poi si circondano di persone che di calcio non è che ci sappiano poi tanto fare (vedi il sudore a litri del Man City per arrivare a vincere qualcosa).
Ibra lascia Milano per un ingaggio faraonico, disposto ad abbandonare il Milan solo per uno stipendio esorbitante ed eccessivo.
E’ un mercenario.
Forse, magari no, visto che è il Milan costretto a fare cassa e quindi obbligato a cedere. Diventa quindi giusto che lo svedese metta bocca almeno sull’ingaggio futuro.
Mercenario perchè, se fare il calciatore è un lavoro? Se calciare un pallone e farlo bene e vincere avviene dietro un compenso?
Bandiera di cosa, in un settore lavorativo come questo dove i club chiedono solo la spremitura espressa di un atleta, nessun lungo termine per “aspettare” che un giovane cresca?
Ibra venduto? Sì. Ibra “un” venduto? No, se per primi sono gli addetti ai lavori a pretendere che un calciatore giochi da infortunato e lo faccia al top, se  il tifoso anche più innamorato si aspetta e si accontenta delle solite frasi di rito “Voglio vincere con questa maglia” o “Amo questi colori” oppure “Resterò qui più a lungo possibile”? In fondo serve sempre un appiglio, una sequela di stereotipi per credere in qualcosa, perchè affidarsi invece alle novità è più difficile, faticoso, destabilizzante, anche per chi va allo stadio e non mette sempre il culo sul divano davanti alla pay tv.
Il calcio è l’unica passione dalla quale si pretende che sia il cordone ombelicale che ci tiene uniti alle consapevolezze infantili. Poco importa se la Serie A è scesa a livelli mediocri, se le società sono allo sbando, se l’Uefa fa diventare il fair play finanziario un’inutile baggianata.
Il calciatore ideale è ormai quello bionico: non importa dove giochi, contro chi giochi, perchè giochi. Conta solo una cosa: finchè veste quella maglia deve dare qualsiasi cosa di se stesso, compreso il processo di osmosi sociale con la vita in una città a lui sconosciuta.
L’ultima bandiera è stata forse Gigi Riva, l’ultimo professionista Pavel Nedved. Nessuno dei due ha al momento lasciato eredi.
Quanto alla mediocrità della nostra Serie A (che non dipende solo dal calare del volume degli investimenti) un ultimo appunto: se solo quattro o cinque anni fa il Milan avesse sostituito un certo Alessandro Nesta con Francesco Acerbi, cosa sarebbe successo?  Il cuore in pace di adesso? Mi sa di no.

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