Errare è umano, perdonare è da laziali. Riposa in pace Long John

Una vita sul filo del rasoio, che ogni tanto ti taglia e poi rimangono le cicatrici. Esagerato, borderline, carismatico, politicamente scorretto. Romantico, folle, cattivo, bugiardo. Strafottente della vita, fino all’ultima goccia di sangue che gli ha pompato il cuore.
Non faccio parte della generazione che ti ha visto dentro la tv in bianco e nero. Ti ho osservato dopo, tra le rughe bastarde del viso, le tante sigarette, lo sguardo che si spegneva assieme alle tue illusioni. Non eri più te, logorato per aver vissuto tutto troppo in fretta e di corsa. La pazienza non era il tuo forte, se pure un commissario tecnico della Nazionale meritava di essere mandato a quel paese per una tua uscita anzitempo dal campo. Chissà quanto inchiostro scorrerà sulla pelle dei laziali per imprimere eternamente la tua esultanza al derby storico, quello dove alzasti l’indice e non il medio, perchè di Lazio avevi capito già tutto e lo stile non si perde nemmeno quando la follia ti prende il corpo. Quell’urlo silenzioso che tanti laziali hanno tatuato sulla pelle, perchè facevi godere, rappresentavi il riscatto contro la massa, ma facevi male, graffiavi l’anima come quell’ago.
L’abbandono, il fallimento societario sfiorato ma concreto, la fuga altrove, il progetto sporco di riprenderti quello che è stato tuo solo con la maglia della Lazio addosso, il fidarti di persone sbagliate, l’ingenuità di un sogno troppo difficile da realizzare. Dicono che hai sbagliato per amore ma, per me, hai sbagliato e basta, anche se “di Lazio ci si ammala inguaribilmente”.
Eppure la tua morte ha lasciato il pianto dei padri che ti hanno scoperto, le lacrime dei figli che ti hanno conosciuto e il tuo nome riecheggerà sempre associato a quello della Lazio. Fanno male due volte i lutti biancocelesti, la sofferenza è più potente per noi che diciamo sempre che non abbiamo bisogno di eroi. Non è vero: tra le nostre fila hanno amato i nostri colori solo chi idolo non avrebbe mai potuto diventarlo, che non aveva paura di mostrare le sue debolezze, che la vita andava presa a calci come il pallone la domenica.
Hai lasciato un vuoto, da riempire con le tue foto, le lacrime, la nostalgia del calcio degli anni Settanta, di epoche mai vissute, di quello che poteva essere e non è stato. Tu, però, sei stato la Lazio. Errare è umano, perdonare è da laziali. Riposa in pace Long John.

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