Mi chiamo Sebastian Vettel, ho vinto quattro volte il campionato del mondo e in una domenica di maggio, a Barcellona, sono diventato vecchio

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Mi chiamo Sebastian Vettel, ho vinto quattro volte il campionato del mondo di Formula Uno e in una domenica di maggio, a Barcellona, sono diventato vecchio.
Sono nato nel 1987 ad Heppenheim, ma se entrate in Assia non troverete niente che mi ricordi, se non un cartello all’entrata della cittadina, dove guido ancora una Redbull.
La Ferrari è arrivata quando di anni ne avevo 27 ed è stata una scelta che potevo caricarmi sulle spalle solo io. Pensavano sarei diventato il nuovo Michael Schumacher, poi l’incidente e qui ho imparato che non c’è bisogno di morire giovani, che basta un limbo tra la vita e la morte per renderti lo stesso immortale e quindi irripetibile. Di Mondiali potrei vincerne otto e con lui resterebbero in comune solo la Ferrari e il fatto di essere tedesco nonché quello di scegliersi la Svizzera come luogo dove vivere. Lì non mi conosce nessuno.

Quando domenica 15 maggio sono salito sul podio, alla fine del Gp di Spagna, avevo più in alto di me un ragazzo di diciotto anni, lo stesso che mi ha strappato il record di pilota più giovane a vincere una corsa di Formula Uno. Non è stato tanto il primato perso, quanto il sorriso forzato che devo mostrare ogni volta alla fine di una corsa, anche quella dove sono arrivato terzo risultando il più performante, con due mescole diverse di gomme. Non avevo niente da sorridere ma a fine gara lo faccio sempre, da quando sono un pilota professionista perché viene da sé, perché per una volta accende l’attenzione anche su di me, biondo anonimo – vestito di jeans e t-shirt slavata – su quello che ho da spiegare. Mi hanno sempre detto che so fare gruppo, che non sono e non devo essere eccentrico. Quel sorriso abitudinario che scatta in automatico è diventato ormai una ruga d’espressione perché una domenica di maggio, a Barcellona, sono diventato vecchio.

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Sainz per esempio, ha 22 anni ma al via mi ha bruciato. Non sono stato reattivo nonostante lo schianto delle Mercedes davanti, il ritardo delle bandiere gialle. Venivo da un brutto sabato di qualifiche: più mi avvicinavo a Hamilton e Rosberg più il panico e l’ansia da prestazione prendeva la squadra in una morsa di errori e ansie. Lo so che è una pista dove non si può sorpassare, io sapevo di aver già perso il Gran Premio in qualifica ma ho tirato lo stesso le labbra in un sorriso e ci ho creduto dopo quelle quattro curve e due avversari fuori dai giochi, consapevole del problema alle gomme. Non c’è stato un giro, un solo giro di pista in tre giorni, dove non ho perso velocità nel terzo settore, quell’ultima curva che assomigliava all’unica fermata per l’ultimo treno del sorpasso in rettilineo.
E’ stata una gara ossessiva, basata sulla tattica esasperata ai box e io le menti della Redbull le conosco bene. Sapevamo tutti che la migliore strategia era quella delle tre soste. A metà Gp, Barcellona 2016 è diventata Abu Dhabi 2010. C’ero io sulla macchina di quello giovane che ha vinto e Alonso della Ferrari tallonava inutilmente Webber per mangiargli una posizione, farmi così evitare di chiudere i giochi, quando io e basta ero l’unico antagonista da combattere. Sapevo che avrebbero sbagliato, che non avrebbero giocato la gara su di me perché ero giovane e quella domenica mi presi il Mondiale. Ora che sono diventato vecchio, la Redbull è tornata a vincere un Gran Premio per la prima volta, da quando non sono più nel loro team.

Sono stato bravo, sono stato sempre fortunato in Formula Uno, perché quando hai la sorte dalla tua parte non vuol dire che sei audace ma che sei giovane. Io non lo sono più. A Melbourne non ero mai partito così bene dalla seconda fila. L’incidente di Alonso, la safety car, l’inseguimento a Hamilton e il mio sbaglio, a due giri dal termine, lo stesso che mi ha fatto perdere il secondo posto. “Cazzo ragazzi, scusate”, ho detto subito via radio, cercandomi una giustificazione che dentro me non è mai arrivata. In Bahrain avrei voluto almeno uscire di macchina sudato e non dopo metà giro di ricognizione, accompagnato dal fumo della sconfitta, col motore in panne. In Cina ho tamponato al via Raikkonen ed è stata tutta colpa di Kvyat. Mi sono dovuto rassegnare alla retorica dell’incidente di gara, delle cose che capitano, dell’aggressività del pilota giovane. Lo sono stato anche io ed ero carnivoro, di uno sporco che sapevo poi lucidare, ma quando sono diventato grande, prima di essere vecchio, ho iniziato a scegliere cosa ingoiare. Non è importato che io sia arrivato secondo: di certo non incasso la provocazione prima del podio di un Kvyat di 22 anni, che non abbassa nemmeno lo sguardo quando lo cazzio e anzi mi diceva di rilassarmi che alla fine eravamo arrivati sul podio entrambi. Non me ne frega niente se chiunque mi ha detto poi che ho esagerato o sono stato sopra le righe. Se almeno fosse servito questo mio sfogo di nervi. No: quel figlio di puttana mi è venuto a cercare due volte nel Gran Premio di Sochi, tamponandomi e facendomi fuori dai giochi dopo qualche curva. Ho ancora un peso in Redbull, gli ho fatto vincere quattro campionati, e sono andato da Horner al muretto della Redbull, a dirgli di fare qualcosa, che io Kvyat vicino non lo volevo più. Non sono stupido, so di averlo avuto sempre vicino in partenza perché lo sviluppo della loro vettura sta procedendo meglio che nella mia, ma non ci ho voluto far caso, non m’importava, non contava. Non è contato fino a Barcellona, col ragazzino preso al posto dell’altro che nella gara più normale e coerente del totale dei suoi ventiquattro Gran Premi corsi, mi ha surclassato il primato dell’età e la mia giovinezza.

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Dicono che non sia più una Formula Uno per vecchi, che pure il mio sorriso sul podio era quella solita ruga d’espressione, ormai forzata, consueta, di routine. Che c’è bisogno di giovani, di personaggi, che io sono noioso e questo sport non riesco più a venderlo come prima, come quando ero giovane e incazzato. Io adesso sono solo incazzato ma la pista ha ancora bisogno di piloti come me che a Zurigo dove vivo e non mi conosce nessuno, fino a poco tempo fa dovevo mostrare il passaporto per bere una birra. Io che alla scuola Redbull sono entrato che mi ero appena tolto l’apparecchio ai denti grosso come un alettone, che ragionavo già come un trentenne, che il sorriso che si apriva in mezzo alle guance martoriate dall’acne faceva di me un bambino quando io ero già adulto dentro. Ma non vecchio, non ancora. Quello lo sono diventato una domenica di maggio, a Barcellona.

Guy Acolatse, il primo giocatore di colore in Bundesliga

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Nero come la notte, veloce come un antilope e dotato di un calcio pari ad un colpo di fucile progettato per uccidere elefanti. Luglio 1963. La “Bild” descrisse così Guy Acolatse al St Pauli, primo giocatore di colore ad essere tesserato in Germania. “La squadra di Ambrugo – spiegò il centrocampista – era alla ricerca di un numero dieci e il tecnico Otto Westphal mi ha chiesto se ero interessato a venire in Germania e io dissi di sì”. L’Allenatore tedesco era stato Ct del Togo, paese di provenienza di Guy, nel quale nacque il 28 aprile del 1942 (pare).
Acolatse aveva esordito in Nazionale a 17 anni ma disarmante era la sua ingenuità di fronte alla moltitudine di tifosi che lo ricevette ad Amburgo:
“Si sta giocando una partita?” chiese stupito davanti a così tante persone.
“No – rispose Westphal – Stanno aspettando te”.

In effetti la curiosità era tantissima in Germania. Le stesse testate nazionali prima parlarono di Acolatse come di un colpo pubblicitario per il St Pauli, ma la vera attrazione in quegli anni Sessanta dove anche in Europa arrivò il grido “I have a dream” di Martin Luter King, era proprio il colore della pelle di Guy. “Nero come la moka, tanto da fermare un cuore”, scrisse ancora la Bild e non solo: riguardo gli anni di carriera in Germania, si crearono tutta una serie di leggende metropolitane, tipo il fatto che c’era chi gli si avvicinava grattandogli le braccia con le unghie, incredulo che quello fosse davvero il colore naturale della pelle. “I tedeschi mi guardavano come fossi un’attrazione – diceva lui disturbato – non avevano mai visto un uomo di colore in tutta la loro vita”.

Acolatse non era un campione e non lo diventerà mai, anche perché nel ’63 il St Pauli militava in un campionato regionale. Tuttavia nella prima di campionato, fece un’ottima impressione a tifosi, giornali e addetti ai lavori. “Tecnica squisita, tocco sublime, altruismo sotto porta”, giudicò una rivista locale. La “Bild” – ancora – non si risparmiò e scrisse più o meno così, in una traduzione non letterale: “Il nero del Togo delizia 7000 spettatori”.

Il centrocampista circoscrive il suo momento più bello a quando affrontò il Bayern Monaco in un’amichevole. Acolatse definisce “indimenticabile” l’essersi confrontato con Franz Beckenbauer, all’esordio in prima squadra. Il primo campionato con il St Pauli si chiuse con una rete, mentre il secondo con cinque. Seppur il contributo del nazionale di Togo fu importante, il club lo scaricò e lui si si trasferì al Barmbek-Uhlenhorst. Tornerà ad Amburgo dopo tre anni come giocatore e inizierà ad allenare le giovanili nel ’73. Poi la decisione di trasferirsi a Parigi, città nella quale vive tuttora.

Nonostante qualche difficoltà di ambientamento in un paese che lo guardava con curiosità morbosa,  Acolatse è felice di quell’esperienza: “Ero l’unica persona di colore nei campionati tedeschi e l’unico togolese.  Quando giravo per Amburgo guardavano tutti me, unico ragazzo di colore. Ma non mi dispiaceva”. Anche perché di quella pelle color ebano, il giocatore se ne è in qualche modo avvantaggiato: “Se mi tocchi ti mordo, il negro morde!” dicevo. Nonostante fossero più grandi, avevamo comunque tutti paura di me”. Non sono mancati neppure gli episodi di razzismo, nei locali come in partita: “Qui non puoi sederti” oppure “Guy se segni contro di noi ti arrivano le banane, scimmietta!”, urlavano a volte dagli spalti. Acolatse però non se n’è mai fatto un problema: “Guadagnavo molto rispetto ad un operaio tedesco – ricorda – Avevo un bell’appartamento e una macchina, la prima è stata un Fiat, poi ho comprato l’auto dei miei sogni: una  Volkswagen 1600”. A dirla tutta, l’ex centrocampista ora fa fatica a comprendere le proteste dei calciatori di oggi: “Oggi si sentono insultati e fanno tutti gli offesi – ha dichiarato qualche anno fa – ma se non vinci è normale che il pubblico si arrabbi. Alla fine giochi per loro”.


Fonti:

Bundesligafanatic.com

Kaiser Magazine

Ndr.de

La Reggina rock di Mozart&co, il greatest hits di 9 stagioni di A

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Trent’anni di calcio professionistico affondati in un giorno, con la mancata possibilità d’iscriversi al prossimo campionato di Lega Pro e il fallimento societario. La Reggina, che ha alle spalle nove stagioni di Serie A – sette delle quali consecutive – ha lasciato un segno importante nel nostro massimo campionato e non lo ha fatto solo con il temperamento del suo patron Lillo Foti, ma anche e soprattutto con i giocatori che hanno vestito la sua maglia, gli allenatori che l’anno guidata.
La storia la fanno gli uomini, meglio i “senatori”, spesso le scelte non sense, la classe “per caso”, gli eventi che ti cadono tra capo e collo. La Reggina rock sfodera questo greatest hits.

Esordio in A al Delle Alpi, Juventus fermata 1 a 1

Undici iniziale in campo: Orlandoni, Giacchetta, Cirillo, Stovini, Bernini, Brevi, Baronio, Pralija, Morabito, Kallon, Possanzini.

Pareva un esordio su velluto amaranto, quello dei bianconeri in questa stagione 1999-00. Quando al 31′ Inzaghi segna l’1 a 0, la Juventus pensa di trovarsi davanti una discesa senza più salite. Avrà ragione solo per un tempo. Ad inizio ripresa, dopo soli due minuti, il corner battuto da Baronio è perfetto per il colpo di testa vincente di Kallon. Poi, da un piazzato di Oliseh, Stovini devia male e sul palo,  il pallone percorre la linea fino alla presa guantata di Orlandoni. É l’unico vero brivido sulla schiena della difesa calabrese, organizzata bene con una Juventus che non passa più.

La vittoria in rimonta contro l’Inter, lo sfogo storico di Lippi

Primo ottobre del 2000, la vittima della Reggina è l’Inter. 2 a 1 il risultato finale. I marcatori: Recoba al 10′, poi la riscossa dei padroni di casa con le reti di Possanzini al 45′ del primo tempo e di Marazzina al 49′. Il tecnico dei nerazzurri, Lippi, è furioso a fine partita: “Abbiamo giocato con leziosità, come dei ragazzi viziati che vanno in campo  e si aspettano la vittoria per grazia ricevuta. Tutto questo non è giusto né per chi ci paga né per chi ci viene a vedere. Fossi il presidente manderei via per prima cosa l’allenatore, prenderei i giocatori, li attaccherei al muro e li prenderei tutti a calci in culo. Non esiste giocare in questa maniera. Ecco, solo questo avevo da dire”. 

Il gol del portiere Taibi

É il 1° aprile del 2001, ma non è uno scherzo, quando il portiere Massimo Taibi segna in Reggina-Udinese 1 a 1, con un superbo colpo di testa:

“Portiere e goleador, Taibi salva la Reggina” titola La Repubblica. Alberto aveva portato in vantaggio i friulani al 77′. L’estremo difensore aggiusta il risultato all’88’.

Lo spareggio salvezza contro l’Atalanta, stagione 2002-03

Il primo confronto per rimanere in A, non si mette benissimo per la Reggina che all’andata al “Granillo” riesce solo in un 0 a 0 contro l’Atalanta. Il ritorno si gioca il 2 giugno invece del 1°, rinvio causato da un forte acquazzone a Bergamo. Pare tutto finito col gol dei nerazzurri di Natali al 18′, ma Cozza e Bonazzoli riescono nell’impresa di portare alla vittoria la squadra di Reggio e a farla restare in A. Il rientro degli amaranto in Calabria è salutato da 25mila persone, numeri da caroselli da vittoria Mondiale. “Il resto è solo festa dal colore amaranto – si legge su la Repubblica – con i tifosi reggini rimasti a Bergamo ad osannare “Lillo, Lillo” (il presidente Foti), prima di ripartire dopo un’avventura di trentasei ore da raccontare: andata di notte in treno, poi la grandinata, nottata in palestra, altra notte in treno. “Capite ora? Un sacrificio vero, e questo vuol dire che il Sud ha voglia di calcio, questi tifosi sono la nostra forza” ha gridato Lillo Foti. “Ora lavoreremo affinché il Sud non debba più soffrire così tanto”. 

L’amichevole col Real Madrid 

Il ventennale della presidenza Foti, si festeggia in grande. A Graz viene organizzata l’amichevole tra la Reggina e il Real Madrid di Fabio Capello. I calabresi non sfigurano davanti ad un avversario che si presenta senza tutte le sue stelle. L’incontro sarà deciso da un gol di Raul:

Piove forte e per tutta la durata della partita ma sugli spalti ci sono 10mila spettatori. Modesto e Leon sfiorano il gol e La Gazzetta scrive al proposito: “Alla fine l’1 a 1 sarebbe stato forse il risultato più giusto. Ma per la squadra calabrese la sconfitta di misura contro le stelle del Real Madrid rimane comunque un’impresa memorabile”.

La salvezza nonostante la penalizzazione di Calciopoli

Il campionato 2006-07 è l’annata più sorprendente della storia della Reggina guidata da Mazzarri. Partire da – 11 e salvarsi all’ultima giornata – vincendo contro il Milan –  è qualcosa che sfiora l’epica.

Vero è che quella domenica i rossoneri, quattro giorni prima avevano vinto la Champions, non hanno più nulla da chiedere alla stagione, ma la vittoria che porta la firma di Amoruso e Amerini val la pena di sfoderare la maglia “-11 dA non crederci”. Anche perché lo stesso Amoruso e Rolando Bianchi si riveleranno la coppia di attaccanti migliore della Serie A con, rispettivamente 17 e 18 gol a testa. Curioso il commento di un lettore all’articolo della Gazzetta che racconta la partita. “(…) La Reggina quest’anno si è salvata senza avere un solo campione in squadra, complimenti a mister Mazzarri”. Questa la rosa 2006-07, a dimostrazione di come la Serie A fosse ancora molto esigente e per rapportarla a quelle delle squadre di oggi in lotta per la salvezza.

Bonus track – La punizione di Pirlo

 

Partite truccate, 20 cose da sapere sul mondo criminale del calcioscommesse

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Qualcuno truccò la partita del secolo. Tanto per cambiare, la versione italiana del titolo del libro di Brett Forrest non c’entra nulla con l’originale – “The big fix” – testo nel quale il reporter americano di Espn The Magazine ha indagato sul mondo criminale delle scommesse e delle partite truccate. Quello che all’inizio era un reportage si è poi trasformato in un volume dove il giornalista segue passo passo le indagini dell’agente dell’Interpol, poi inserito all’interno della Fifa, Chris Eaton, e si avvale delle confessioni di Wilson Perumal, testimone chiave dello scandalo del calcioscommesse mondiale, quello che portò all’inchiesta “Last Bet” nel 2011.

In “The bix fix” Forrest presenta i numeri di un affare tanto sporco, quanto da vertigini, che non investe solo i paesi asiatici ma tutti i continenti e non solo i campionati di categorie minori. Di seguito alcune curiosità e cifre.

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1 – Non solo pallone, ma il calcio incide sul 70% circa del mercato internazionale delle scommesse sportive. L’Interpol dichiara che ogni anno si spende in calcioscommesse oltre un miliardo di dollari.

2 – Le indagini della polizia hanno coinvolto più di sessanta paesi, cioè un terzo del pianeta: il gioco più popolare del mondo, il calcio, è anche il più corrotto.

3 – A Hong Kong la popolazione locale destina al gioco d’azzardo una cifra il doppio e mezzo superiore a quella spesa dai britannici. “L’Asia non è il centro dell’Universo, è l’Universo”, dice Forrest.

4 – A Singapore i bookmakers accettano scommesse anche sulle partite dei tornei aziendali.

5 – Negli anni ’90 Rajendran Kurasamy era il re delle partite truccate, nell’epoca pre web. Entrava nel torneo della “Malaysia Cup” come il presidente fondatore, cosa che in realtà, decidendo i vincitori e chi scendeva in campo. Si avvaleva di cellulari pesanti di prima fabbricazione. Al torneo si arrivava anche a puntate di 100mila dollari.

6 – Come e quanto ha influito l’avvento di internet sul match fixing? Basta la testimonianza di un allibratore inglese anonimo, dell’azienda Ladbrokes: “Nel 1995 se il centrocampista del Manchester United si rompeva una gamba, lo venivano a sapere cinque persone in tutto: la moglie, il padre, il coach, il preparatore e io. Ora se un giocatore insignificante di un club sconosciuto ha un minino infortunio ci puntano sopra 10 milioni di dollari a Macao”.

7 – Secondo Chris Eaton i bookmaker asiatici hanno un giro di affari di due miliardi di dollari la settimana. Se questo giro fosse paragonabile ad un’azienda, sarebbe grande la Coca Cola “ma non produce niente: solo carta”, dice l’agente dell’Interpol

8 – Metodologia per truccare una partita e corrompere i giocatori. Secondo Perumal pagare centrocampisti e attaccanti era perdere denaro: i giocatori andavano pagati per perdere, non per segnare e nemmeno per vincere. Ci sono poi tutta una serie di attività collaterali per farsi un giocatore di fiducia: costruirci una falsa amicizia, soffiarlo alla concorrenza pagandolo di più, servirsi di donne per incastrare gli avversari, farlo crescere e poi farlo trasferire in un club sotto il proprio controllo. Secondo un altro coinvolto nell’indagine, Danny Jay Prakesh, i calciatori più facili da corrompere sono quelli africani e centroamericani, anche se giocano in Europa.

9 – L’arbitro più fedele di Perumal, Ibrahim Chaibou, ai tempi della pubblicazione del libro non ancora sanzionato, pare abbia raccolto 500mila dollari nel corso del loro rapporto: “E ora vive felice in Niger con le sue quattro mogli” sostiene Wilson. Non a caso il direttore di gara è passato alla storia come l’arbitro più corrotto di tutti i tempi.

10 – Nell’ultimo decennio la polizia turca ha arrestato quasi cento calciatori mentre la Federazione (la TFF) ha escluso il Fenerbahche dalla Champions, insospettita dalle 18 vittorie nelle ultime 19 partite che le hanno permesso di vincere il titolo nazionale.

11 – La federcalcio dello Zimbawe ha escluso 80 giocatori per sospetto coinvolgimento di partite truccate.

12 – Lu Jun, il primo arbitro cinese a dirigere una partita dei Mondiali, è stato in carcere cinque anni e mezzo per aver preso tangenti, pari ad un totale di 128mila euro. Non a caso era soprannominato “fischietto d’oro”.

13 – In Corea del Sud, 57 persone sono accusate di match fixing e piuttosto che affrontare la pubblica onta, due giocatori si sono suicidati.

14 – La polizia tedesca è entrata in possesso di intercettazioni telefoniche di malavitosi croati che combinavano partite in Canada.

15 – La Cambogia ha manipolato due partite contro il Laos, valevoli per le qualificazioni ai Mondiali del 2014.

16 – La Macedonia è talmente corrotta che sono pochi i bookmakers che accettano scommesse sulle gare del campionato nazionale.

17 – Il primo ministro del Belize ha disposto un’indagine per match fixing contro il capo dell’associazione di calcio nazionale.

18 – Il 3 novembre del 1997 il West Ham pareggiò col Crystal Palace al 65′ e d’improvviso le luci si spensero. Accadde anche in Wimbledon-Arsenal il mese seguente. Una banda sino malese aveva pagato i tecnici perché staccassero l’illuminazione quando il match aveva raggiunto il risultato desiderato.

19 – Il 4 febbraio del 2013 a L’Aia, in Olanda, il direttore dell’Europol, Rob Wainwright spiegò in conferenza stampa i risultati dell’operazione VETO, un’indagine durata diciotto mesi sul match fixing in Europa. Furono scoperte 400 partite truccate in 15 Paesi, coinvolti 425 tra giocatori, arbitri, dirigenti e criminali. Segnalò inoltre attività sospette in Africa, Asia, Centro e Sud America, Germania, Turchia e Svizzera.

20 – Nell’arresto che ha fatto partire le indagini, Wilson Perumal spiegò alla polizia finlandese che l’organizzazione era strutturata come una società. Al vertice il capo, un singaporiano che decide quali partite truccare, quanto pagare per le tangenti, dove inviare corrieri e agenti e dove piazzare le scommesse che avvengono principalmente in Cina. Sotto il capo ci sono sei azionisti provenienti da Bulgaria, Slovenia (2), Croazia, Ungheria e Singapore. Le vincite sono trasferite a Singapore dalla Cina tramite agenti. Gli azionisti ricevono percentuali sulle vincite anche se non sono direttamente coinvolti. 

Nel libro di Forrest il dito rimane puntato anche sulla Fifa, la quale non ha mai fatto davvero abbastanza per il match fixing, ponendo l’accento sulla sua ambiguità. “La Fifa è registrata in Svizzera come ente benefico ma con il suo utile di un miliardo di dollari, i contratti televisivi e di sponsorizzazione, non agisce come una normale organizzazione no-profit. Non si comporta nemmeno come un’azienda moderna con controlli e bilanci. Si trova invece in una sorta di limbo e per alcuni funzionari va bene così, visto che l’ambiguità agevola i profitti”. 

Champions, statistiche e curiosità su Real-Juve, l’infografica

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Tutti i numeri di Real e Juventus che si affrontano stasera nel ritorno della semifinale di Champions.
Interessante il numero delle finali giocate e perse delle due compagini, il fatto che stasera saranno in campo tre giocatori che nell’edizione del 2008, vinta dal Manchester United, erano compagni di squadra. E poi c’è Ancelotti che insegue un record: quello di primo tecnico della storia a vincere quattro volte la competizione.
 Semifinale Champions League, Juventus e Real Madrid le statistiche, i numeri e curiosita
Immagine gentilmente concessa da: Gazzabet.it

Obilic FK, la vendetta di Arkan contro la Stella Rossa

Obilic supporter

Sono passati quindici anni dall’assassinio di Zeljko Raznatovic, per il mondo Arkan, “signore” del conflitto jugoslavo negli anni Novanta. Il comandante di uno degli eserciti paramilitari più sanguinari della guerra nei Balcani ha ancora il suo ritratto intatto a Belgrado, nello stadio dell’Obilic FK.

É paradossale ma nonostante i tre lustri dal suo omicidio, la presenza di Arkan è palpabile in ogni strada della capitale serba. “C’è un numero di persone convinte che sia ancora vivo da qualche parte, in giro per il mondo – scrive il reporter americano Christopher Stewart – in attesa di fare la sua rentrée, di prendersi la sua vendetta. Come mi disse una sera in un night locale un tifoso della Stella Rossa sui vent’anni: «Cazzo, Arkan è Dio»”. E poco importa se gran parte degli ultras biancorossi abbiano dato la vita per lui, reclutati e indottrinati a morire nel conflitto, in nome di un patriottismo feroce, senza tornare più se stessi.

Arkan a fine conflitto, invece, tornò. La leggenda di quello che aveva fatto in guerra aveva impregnato pure i calcinacci e i muri disintegrati della Serbia fantasma post bellica. Raznatovic era anche più ricco e forse stanco di essere solo il signore della guerra. Appassionato di calcio qual era decise di ripulire una parte del bottino di guerra nel calcio. Il primo due di picche lo prese proprio dalla sempre amata Stella Rossa. Era il 1996, l’allora presidente del club più famoso di Belgrado rifiutò l’offerta di Arkan. La tigre scelse allora di acquistare l’Obilic, l’altra squadra della capitale, e nel giro di un paio di anni non solo la portò nella massima serie ma gli fece conquistare il primo e unico titolo nazionale della sua storia. La scelta di puntare su un club originariamente così modesto era dettata da suggestioni al limite tra storia e leggenda nonchè megalomania. Obilic FK come Milos Obilic, colui che combattè nella battaglia contro il Kosovo, nella quale il popolo serbo perse contro i turchi e restò senza patria per 500 anni. Arkan, tra l’altro, si sentiva il messia, il nuovo Obilic, capace di riscattare il popolo serbo e il conflitto appena terminato ne era la prova.

(Arkan con una sorta di premio fair play consegnato al suo Obilic. Fonte sito ufficiale)

Come presidente Raznatovic non soffocò la sua natura bellica e gestì la squadra come fosse un esercito paramilitare. Scelse le divise gialle per i giocatori, gialle come le tigri, poi tappezzò il nuovo stadio “Miloš Obilić” di sue foto e dell’elenco dei suoi uomini morti in guerra. Raznatovic costruì il nuovo impianto in vetro e acciaio spendendo molti milioni di dollari e lì ubicò il suo ufficio di presidente, con vista sul campo.

“Si muoveva nel calcio come in guerra”, si sente dire ancora da queste parti su Arkan ed effettivamente di aneddoti violenti e incredibili ce ne sono da ricordare tanti riguardo la sua gestione. Le minacce ai giocatori avversari, tipo lo spaccare le rotule nel caso avessero segnato, era una prassi. Così quelle agli allenatori delle squadre che dovevano perdere contro l’Obilic. Pare che un tecnico che si rifiutò di cedere un suo giocatore ad Arkan fu ucciso e il calciatore chiuso in un portabagagli di un suv, trasportato poi di forza nella sua nuova squadra.

Neppure segnare all’Obilic era divertente perchè lo stadio brulicava di uomini vestiti in nero e poco raccomandabili nelle zone nevralgiche dello stadio. Arbitrare l’incontro era possibile solo dopo aver ascoltato i suggerimenti dei dirigenti tigrati pro Obilic intimati al malcapitato direttore di gara. E c’è anche un altro aneddoto incredibile sui metodi di Arkan: pare che negli spogliatoi degli avversari venisse immesso del gas sedativo attraverso le condutture dell’aria condizionata. Vero o meno, quella volta che la Stella Rossa giocò al “Milos”, i giocatori si vestirono con le loro divise da gioco in pullman e tra il primo e secondo tempo rimasero in campo.

Non era più un gioco, Raznatovic e quel campionato falsato misero in crisi gran parte dei giocatori serbi. Perica Ognjenovic confessò sconsolato ad una testata locale: “Questo non è calcio, questa è guerra” e lui, come tanti altri, pensava di continuare la carriera fuori dai confini nazionali.

Anche i tifosi dell’Obilic adottarono i metodi del loro massimo dirigente. Armati facevano irruzione negli spogliatoi dei propri giocatori e di quelli avversari, con minacce di morte e di aggressione fisica. È successo spesso che qualche giocatore, magari punta di diamante della rosa, divenne indisponibile senza motivazione prima del match oppure che qualcuno non scendesse in campo nei secondi tempi. Un tesserato disse chiaramente di essere stato rinchiuso in un garage dagli uomini di Arkan, forse perchè la sua prestazione fu sotto tono quel giorno.

Sì perchè se la vita era dura per gli avversari, anche per i giocatori dell’Obilic sottoposti a disciplina militare, il calcio aveva perso molto del suo lato sportivo. Non si poteva bere prima delle partite, pena la fustigazione. Arkan non accettava alcol e droghe nemmeno nelle sue tigri durante i conflitti: le sanzioni erano così dure che si rischiava di venire percossi a morte.

Perdere era inamissibile e punito. Ad esempio, al ritorno a Belgrado dopo una sconfitta, il pullman si fermò all’improvviso in mezzo alla strada. Arkan ordinò ai suoi di scendere e ripartì lasciandoli tornare a piedi a casa: la capitale serba distava almeno trenta chilometri.

La disciplina bellica funzionò almeno dal punto di vista dei risultati: l’Obilic, vincendo il campionato, riuscì nell’impresa storica di qualificarsi alla Champions.

Successivamente, fu la vedova di Arkan ad assumere la presidenza dell’Obilic, la popstar Ceca Raznatovic, tuttora massimo dirigente. Di lei, personaggio ambiguo da sempre, si dice che abbia ereditato anche alcune attività illecite di Arkan, non limitandosi solo alla squadra di calcio.

(La presidente dell’Obilic, vestita di celeste, Ceca Raznatovic, vedova di Arkan, a Belgrado, nel turno preliminare di Champions dove l’Obilic si confrontò con il Bayern Monaco e perse 4 a 0 – Getty Images)

Il sito ufficiale – www.fcobilic.co.rs – non viene aggiornato dal 2002. Questo lo staff tecnico e la squadra che vinse il campionato nella stagione 1997-98: Dragan Šarac, Darko Nović, Živojin Juškić and Aco Vasiljević; Saša Mrkić, Saša Kovačević, Saša Viciknez, Ivan Litera, Zoran Ranković, Nenad Grozdić, Saša Zorić, Marjan Živković e Goran Serafimović.

Dalla Roma alla Samp: generatore semi-automatico delle presentazioni alla stampa di Cassano

Cassano

“Cassano è una delle mie tante scommesse perse. Uno del suo talento avrebbe dovuto rompere il mondo, non le scatole”

Roberto Beccantini – Guerin Sportivo

Sette maglie in poco più di quindici anni. E che maglie: partendo da Bari, Cassano ha indossato quelle della Roma, del Real Madrid, della Sampdoria, del Milan, dell’Inter e infine del Parma. Rapporti tutti nati inizialmente sulla scia dell’entusiasmo, buoni propositi da Capodanno e poi la consunzione lenta, l’epilogo in strappi irricucibili. Da mesi senza squadra, ha lanciato oggi segnali d’amore ad un ex: il club blucerchiato. Se da Genova gli apriranno ancora la strada, una cosa è già prevista: la dichiarazione che rilascerà nell’ennesima prima conferenza. Quindi ecco un “Cassano blob” di tutte le sue presentazioni alla stampa ad ogni cambio maglia, di promesse fatte e mantenute per metà se non un terzo. E in fondo se le è cantate anche da solo: “Nella mia carriera ho fatto più danni della grandine, se avessi avuto la testa avrei giocato da solo sulla luna”. Voto 10 alla consapevolezza maturata.

Roma 2001 – «Andrò a giocare nella squadra campione d’ Italia, fra tanti fuoriclasse. Quello che era soltanto un bel sogno è diventato realtà. Non vedo l’ ora che inizi il prossimo campionato, per dimostrare tutto il mio valore. Sapete, credo che sarà più facile esprimermi fra tanti campionissimi. Con loro, la palla ti arriva anche… sull’ orecchio. A Roma, si potrà scoprire un altro Cassano. Ben diverso, dal calciatore che si è visto a Bari negli ultimi tempi. La panchina? Non può essere un problema, quando gioca gente di quel calibro. Sensi è un uomo unico. É stato sufficiente parlargli un’oretta, per capire che tratta i suoi calciatori come figli. (Capello ndr) Avrà un uomo a sua disposizione, non un ragazzino. Già, non lo deluderò. So che lui è un duro, pretende sempre il massimo impegno, in ogni momento. Ebbene, sono pronto ad affrontare l’esame più severo, ma senza dubbio anche il più suggestivo della mia vita».

Real Madrid 2006 – «Voglio far tacere tutti coloro che in questi anni mi hanno massacrato. Sono venuto a Madrid per voltare pagina, per crescere, per maturare. Dell’esperienza romana preferisco non parlare. Da oggi per me conta solo il Real. Ho realizzato un sogno. Sono andato via dalla Capitale perché era ora di cambiare aria. A Roma mi sono trovato bene all’inizio, il periodo migliore è stato il triennio vissuto con Capello, quello peggiore gli ultimi diciotto mesi. Nei primi anni mi sono sentito molto amato dalla gente, poi il rapporto è cambiato. Io ho commesso i miei errori, ma qualcuno ha sbagliato più del sottoscritto, eppure le colpe erano sempre le mie. Mi hanno dato del mercenario: ma io per venire a Madrid ho rinunciato a molti soldi. Giocare nel Real è il primo mattone. I prossimi traguardi sono il Mondiale e il Pallone d’ oro. Dicevano che nessuna squadra mi voleva, che le voci di mercato sul mio conto erano un bluff. Invece eccomi qui, al Real. É stata la mia prima scelta dal primo giorno. Volevo questa squadra da almeno sei mesi. Come si comporterà ora chi affermava certe cose?»

Sampdoria 2007 – «Tengo a precisare – come ho già detto questa mattina al presidente – che ho avuto tante e tante richieste, da club dove avrei guadagnato più soldi ma questo mi interessava poco.  Sin dal primo giorno quando ho saputo dal mio procuratore che c’era la Samp, ho detto subito sì. É una società seria, me ne hanno parlato tutti bene. Hanno un progetto importante e grande fiducia nel sottoscritto. Nei momenti di difficoltà anche quando avevo delle problematiche e nessuno si esprimeva positivamente su di me, il Direttore Marotta ha sempre parlato bene. É la città giusta, accolto in maniera straordinaria. Ho bisogno di affetto, se lo sento riesco a dare il 110%. Voglio tornare ad essere un calciatore importante, quello che sono stato fino a un anno, un anno e mezzo fa. Adesso di me si dicono solo le cose negative”.

(Qui la rottura e il litigio con l’ex patron Garrone).

Milan 2011 – «Mi sento più forte con lei accanto (dice a Galliani in conferenza stampa ndr). Di Milano non mi piace solo il traffico. Impiegare un’ ora per arrivare dal centro a Milanello è dura, ma lo faccio per mia moglie che vuole vivere lì. Non ci capisco nulla, prenderò tante multe, spero che Galliani mi dia l’ecopass. Penso e sono sicuro che il Milan sarà la mia ultima squadra. É il top, la più titolata al mondo, più in alto di così c’è solo il cielo. E sono sicuro anche che qui non fallirò. Ho fatto tanti guai, ora sto per diventare padre, è una grandissima responsabilità e so che non tradirò chi ha creduto in me. Il Milan mi può dare tutto, io posso portare la qualità e la disponibilità per raggiungere un unico risultato: vincere. (Gattuso ndr) Mi ha ricordato che qui ho tutto per fare bene perché è tutto perfetto. Se dovessi sbagliare, sarei da rinchiudere in manicomio, ma so che andrà tutto nel modo giusto».

Inter 2012 –  «Voglio ringraziare Moratti, che mi ha abbracciato con affetto l’altro giorno, ma anche Marco (Branca) e Piero (Ausilio), perché quando le cose non vanno bene tutti lo sottolineano, invece quando vanno bene – visto il grande mercato fatto – non lo dice nessuno, perché non sono buoni a leccare… Sono felice, è molto importante per me che abbiano fiducia nell’uomo Antonio. Quella mia frase sul manicomio e il Milan? Dissi “Se sbaglio sono da manicomio”: se sbaglio io, ma io non ho sbagliato. A farlo è stato qualcuno sopra l’ allenatore. Prometteva prometteva, tanto fumo e niente arrosto, per questo sono dovuto andare via. Se era Galliani? Lo dite voi… Io poco riconoscente? Ringrazio la gente del Milan, i tifosi che quando ho avuto il problema al cuore mi sono stati vicini, i compagni, poi Berlusconi che mi ha messo a disposizione un impero e Barbara Berlusconi che è stata carina con me. Poi il dottor Tavana che mi ha salvato la vita e Tassotti. Ma non altri. Quella persona non la ringrazio, tanto fumo e poco arrosto: quando si fanno troppe chiacchiere non si fa mai niente. Tifo Inter da quando sono piccolo e l’ho scelta perché mi hanno voluto tutti all’unanimità, anche i compagni, compresi Sneijder e il capitano Zanetti. E poi, sono venuto qui per togliermi lo sfizio Nagatomo: Yuto era un mio pallino da sempre…»

Parma 2013 – “Il direttore che mi chiamava a qualsiasi ora. Lo sentivo più di mia moglie. Sono convinto di fare delle grandi cose, mi toglierò grandi soddisfazione. É l’anno del Mondiale e sarò ancora più stimolato. Spero sia la mia ultima piazza, voglio finire alla grande. Parma non è una piazza tranquilla, qui non si fanno le vacanze. Ci sono stati grandissimi giocatori. Tutti dobbiamo dare il massimo e lo dirò anche ai miei compagni. Ringrazio tutta l’Inter ma non ringrazio Mazzarri, prima che firmasse mi ha detto che ero un titolare fisso, dopo che ha firmato mi ha mandato via. Sono andato via dall’Inter perché non rientravo nei suoi piani. Tutti devono essere consapevoli di avere Antonio, altrimenti vado. La gente mi deve voler bene dal primo giorno come a Parma”.

Fonti:

La Repubblica

Youtube

Gazzetta dello Sport

It.ibtimes.com

Corriere della Sera