“Il calcio arte imperfetta, ma Maradona è stato il miglior pittore surrealista”. Parole e pennellate con Pupazzaro

13095770_1693056154287735_561891931314009736_n

L’appassionato di pallone può essere un pragmatico o un esteta. Tuttavia non è facile ammettere che il nirvana dell’occhio lo si raggiunge quando queste due caratteristiche si uniscono. Negli ultimi anni si parla molto del valore culturale del calcio e per fortuna non si ferma solo alla maggiore fioritura narrativa e di saggistica. Molti sono coloro che si cimentano nelle illustrazioni, nel farne un arte visiva. “Pupazzaro” ha iniziato col dare una veste militare o monarchica ai giocatori, per poi arrivare a far indossare la maglia dell’Argentina ad un serissimo Borge e la divisa della Polonia a Chopin. L’arte è trasversale, il calcio lo stesso.

Innanzitutto, ti chiedo di presentarti, di dirci qualcosa su l’artista che si cela dietro lo pseudonimo di Pupazzaro

“Mi chiamo Fabrizio Birimbelli, sono nato a Roma 46 anni fa. Sono un informatico prestato alla grafica”.

Il tuo lavoro creativo è molto originale. Ce ne sono moltissimi di  account social con illustrazioni sul calcio e i calciatori. Mettere insieme arte/personaggi storici/Nazionali/squadre di calcio è però insolito. Come ti è venuta l’idea?

“Tutto è iniziato per scherzo circa 4 anni fa. Ho fatto il ritratto ad un mio amico in abiti da generale napoleonico. Lo ha appeso a casa e qualcuno gli ha chiesto se quello fosse un suo antenato. Lì ho capito che l’idea poteva funzionare. Successivamente ho iniziato a ritrarre i calciatori della Roma, della quale sono tifoso, e sono stati pubblicati sul sito ufficiale. Di lì a poco sono stato a Trigoria a consegnare il ritratto a Tony Rudiger e a Francesco Totti. Il resto è venuto da sè ritraendo calciatori di tutto il mondo. Ne ho fatti circa un centinaio. La scorsa estate poi ho avuto l’onore di presentare una mia personale al museo dell’Accademia di Belle Arti di San Pietroburgo. Insomma, da casa di un mio amico arrivare ad uno dei più antichi musei di Russia … è stato un bel viaggio! Poi quest’anno ho iniziato un progetto in qualche modo inverso: personaggi e artisti storici nei panni di calciatori. Van Gogh, Frida, Leonardo con le maglie delle rispettive nazionali. Con tanto di tatuaggi e pose da star del football”.

Tu scrivi: “il calcio è arte”. Che arte è il calcio? E perchè?

“Maradona è stato un pittore surrealista, Crujiff un poeta futurista, Pirlo ha fatto geometrie degne di un Haiku giapponese, Pelé era una sinfonia. Il calcio è lo sport più amato al mondo. Emoziona persone di diversa cultura, età, credo. Universalmente. Solo l’arte riesce a essere così trasversale”.

In che modo il calcio può arrivare ad essere un arte perfetta? Cosa gli manca?
“Non lo so. Il calcio è forse la meno perfetta delle arti. Troppe contraddizioni, troppi soldi. Dovremmo tornare al calcio delle origini. O fino agli anni 30 o 40 quando i calciatori erano sì degli idoli, ma molto più umani”.

Come trovi ispirazione? Pittura, letteratura, musica… Sono tutte cose che rientrano nei tuoi hobby o studi? O gli dedichi appositamente del tempo?

“Mi interesso a tutto quello che posso. Per questa ultima serie mi documento su poeti di alcune nazioni che conosco meno, per provare a tirare fuori qualche dettaglio che sia riconoscibile, qualche curiosità”.

Oltre alla Roma, hai squadre/Nazionali – magari straniere – per le quali hai simpatia?

“Seguo il calcio inglese ma senza una particolare simpatia. Per quanto riguarda le nazionali invece senza ombra di dubbio il Camerun, dai tempi di Milla, per poi passare a Mboma e Eto’o”.

Qual’è secondo te il vero artista del calcio e perchè? Quali caratteristiche deve avere?

“Secondo me il vero artista, un po’ dissoluto e autodistruttivo – come tutti i grandi sono di solito – è Diego Armando Maradona. Puoi odiarlo o amarlo ma non esiste nessuno che ne è rimasto indifferente. E’ stato e resta ancora un’icona assoluta di questo sport. Il gol contro l’Inghilterra resta un capolavoro al pari del “David” o “Guernica”. Irripetibile.
Un altro è stato George Best, “l’arte per l’arte” dicevano dell'”Art Nouveaux”, così lui: il dribbling per il gusto del dribbling”.

C’è’ una creazione che vorresti già aver disegnato, ma sei frenato  dal concretizzarla? Quale invece, tra quelle disegnate, ti ha soddisfatto di più nel produrla e ha trovato tanto apprezzamento?

“Non disegno/dipingo mai come vorrei: è sempre una questione di superare i propri limiti quindi ti direi che quello che voglio riuscire a realizzare è la creazione prossima.
Tra quello che ho fatto sono particolarmente legato alla serie che ho chiamato “Football Propaganda”, nello stile dei poster sovietici degli anni ’60 e ’70. Amo quel tipo di grafiche e penso che funzionino perfettamente con i calciatori”.

Hai in cantiere nuove idee che, magari, potrebbero discostarsi, dal tuo percorso attuale?

“Sì, sto cercando di realizzare un libro illustrato per bambini. Rimando sempre, ma prima o poi riuscirò a realizzarlo. Spero almeno”.

twitter/instagram @pupazzaro
Facebook Pupazzaro’s Art
Vendita stampe: http://www.redbubble.com/people/pupazzaro

Annunci

Il pacifista Mihajlovic

Bologna FC, conferenza stampa di Sinisa Mihajlovic

“Il 15 gennaio del 2000, alle 17:05, Arkan viene ammazzato nella hall dell’Hotel Intercontinental di Belgrado (…). Lo uccide il poliziotto Dobroslav Gravic. (…) Arkan non serviva più e sapeva troppo. Mihajlovic gli dedica, assieme a Savicevic, un necrologio sui giornali. (…) «Il necrologio lo rifarei perchè Arkan era un mio amico vero e un eroe per il popolo serbo. E io gli amici non li tradisco. Conosco tanta gente, anche mafiosi, ma io non sono così. Se nazionalista vuol dire patriota, amare la mia terra e la mia nazione, beh, io lo sono. Per il mio paese ho fatto molte cose. Una sola non ho mai fatto al contrario di alcuni calciatori croati: mandare soldi per comprare le armi». (…) Mihajlovic, col piglio vitalista da uojmo che non ha peli sulla lingua e che lo accredita presso i suoi, trascina dalle curve al campo quel concetto di appartenenza fino all’iperbole tribale. E non gli basta aggiungere la pezza a colori per la quale sarebbe “contro tutte le guerre”. Facile enunciazione, si è mai sentito qualcuno dirsi a favore delle guerre?” – L’Ultimo rigore di Faruk (Gigi Riva – Sellerio).

Mir мир. O meglio: pace. La vita di Sinisa Mihajlovic è stata un fotogramma spesso tagliato, al quale sono stati innestati numerosi cambi di rotta. L’ultimo ieri, dove è diventato un paziente, malato di leucemia. La retorica del lottatore e del guerriero si è purtroppo sprecata, innaffiando qualunque altro tipo di considerazione. Non da meno è stata la metafora di una punizione da far centrare in rete. Tutto ingiusto, soprattutto stucchevole. Qualunque significato si possa attribuire a quel calcio da fermo, resta una sanzione su un campo di calcio (e non di battaglia). Questa “punizione” non si augura a nessuno di batterla, qualunque sia l’errore commesso.

Se è stato provato scientificamente quanto possa integrare la terapia un atteggiamento mentale positivo e attivo, nulla supera la fortuna o lungimiranza della prevenzione. E il “guerrafondaio” Mihajlovic lo ha ribadito in modo molto preciso, mettendoci pure molta enfasi: «Purtroppo, o per fortuna, abbiamo fatto alcuni esami e abbiamo scoperto delle anomalie che non c’erano 4 mesi fa – ha detto in conferenza stampa – Ho la leucemia in una fase avanzata, aggressiva. (…) Forse qualcuno pensava che potessi essere l’ultimo ad ammalarmi e fino a fine maggio era tutto normale, stavo bene. Siccome mio papà è morto di cancro faccio spesso esami specifici e grazie a questi ho scoperto di essere malato. Nessuno di noi deve pensare di essere indistruttibile, bisogna fare prevenzione e stare attenti alla salute». Un messaggio molto importante nonchè centrale per superare una patologia, altro che guerre e lottatori liberi. Non a caso è razionale così, anche provare ottimismo per il mister del Bologna, un’aspettativa pacifica.

Quanto al colpo basso del “Corriere dello Sport” che ha anticipato la notizia in questa era di bulimia della caccia allo scoop con le armi pesanti (la violazione di un rapporto amichevole o almeno di rispetto tra le parti), anche il giornalismo si metta l’anima in pace. Da appassionati di calcio e quindi della vita, nessuna anteprima clamorosa può sostituire un uomo che decide di mettersi trasparente, come le sue lacrime, davanti alle telecamere: sono ammalato, ho dovuto mentire, ho pianto per giorni e ancora lo sto facendo mentre io vi sto raccontando le cose in faccia.

Che il nuovo pacifista Mihajlovic li perdoni. O forse è meglio di no.

 

Ps. Le fonti delle dichiarazioni sono da attribuirsi al sito TMW.
L’ispirazione di questo post è merito di un amico ed ex collega Massimo: un vero modello di uomo e di comportamento davanti alle difficoltà. Grazie.

Il sarrismo non è mai esistito

FBL-ITA-SERIEA-NAPOLI-INTER

Sarri comandante, tabagista, proletario, ossessionato. La tuta, gli appunti troppo lunghi, la battuta schietta ma spigolosa, la cadenza toscana.
Etichette, tratti caricati e spesso caricaturali, l’ideale utopico e personalizzato dell’uomo, prima ancora dell’allenatore. La rabbia dei tifosi napoletani, i primi ad aver costruito uno dei più grandi inganni idealisti degli ultimi anni. Il generale che prima di una grande battaglia si tira su fino al collo una zip di un tessuto acetato e muove i suoi uomini contro il potere del Nord incravattato di seta e perfetto aristocratico, non si è mai materializzato.
Il sarrismo non esiste e non è mai esistito e questo ben prima della firma con la Juventus.
La fede in un gioco estremamente propositivo, le doti di organizzatore, di valutazione tecnica del giocatore a disposizione, e tattica dell’avversario, non hanno mai fatto nascere una nuova dottrina. No, non siamo di fronte a nessuna rivoluzione, ma ad un’idea di gioco già vista che si trascina da un campo all’altro, da un club ad un altro, ma non produce nessuna novità in campo dogmatico.
Se, in base alla definizione dell’Enciclopedia Treccani, la dottrina è una “Serie organica di principi che costituiscono la base di una scienza, di una filosofia, di una religione, ecc.” oppure un “Complesso di cognizioni apprese con lo studio e coordinate organicamente fra loro”, in Italia siamo fermi a Sacchi e più recentemente a Zeman.
Il costrutto su Sarri condottiero e portatore di una nuova scienza non si basa sull’allenatore, ma solo sull’idea dell’uomo che si sono creati appassionati e tifosi. In realtà, in pochi possono dire di poter conoscerne la personalità e i tratti distintivi. In fondo, è facile fare del mister juventino una sorta di stendardo di lealtà, ma questo si alimenta di significati che ognuno dà all’uomo che fuma troppo, che fa battute sui gay come a tutti è capitato di fare, che vive di solo pallone, che minaccia querele per appartenenza geografica e familiare.

Sarri, che per primo non sa cosa sia il sarrismo, ha scelto la Juventus ricordandosi da dove è partito (Stia, provincia di Arezzo, 2990 abitanti) e i risultati che ha ottenuto. Una nuova storia professionale da scrivere, fregandosene della tuta, del numero delle sigarette da tagliare, del numero di battute concesse in conferenza stampa, della lima per smussare opinioni che restano, con il loro guscio vuoto, solo opinioni.
Occorre tornare a concentrarsi sull’allenatore che dopo Croce può allenare Cristiano Ronaldo, che è pronto a dare idee e organizzazione al nuovo capitale umano e per questo disposto ad allargare gli orizzonti di quanto ha già espresso e misurato in campo.
Sarri, nato quadrato ed ex dirigente di banca, armonizzerà la sua immagine con il brand sportivo che produce il più alto fatturato d’Italia. Sa di essere stato scelto con l’intenzione della società torinese di allontanarsi dal cinismo del risultato, di trovare un’estetica che non venga banalmente chiamata “bel gioco”, altrimenti tenderà ancora ad essere personalizzata e bacchettata dagli opinionisti in tv e sui giornali, come una modalità di giocare ambiziosa, perchè “è affascinante segnare tanti gol ma è inaccettabile incassarne anche tanti”. Forse è partendo da questo assunto vecchio come Herrera e la nostalgia degli anni Ottanta e Novanta, quando l’Italia dominava nelle coppe europee, che va costruita la rivoluzione. Se con la tuta o la giacca, con una nuova dottrina o il recupero della new age, poco importa.

Io credo che a questo mondo esistano solo due grandi Chiesa

f chiesa 2

Un incrocio tra Gigi Riva e Paolo Rossi.
Sono parole di Fabio Capello, ma potrebbero essere quelle di chiunque altro, perchè tutti abbiamo questa perversione di fare paragoni, di essere bravi a cogliere i tratti distintivi e rivederli in un atleta. Nemmeno fossero cani o lupi che abbaiano alla luna o al pallone.
Nessuno è uguale a qualcun altro, nemmeno Enrico Chiesa era un ibrido di due attaccanti di decenni diversi, di un gioco diverso. Tuttavia la nostra perversione non si ferma qui e ricade tutta nelle spalle dei figli.
Su Federico pesa un strada di aspettative che si biforca in due preghiere:
“Ti prego, fa che diventi più forte del padre, sennò è inutile guardarlo dall’alto e riporre delle aspettative”;
“Ti prego fa che non diventi più forte del padre perchè altrimenti che senso ha la mia nostalgia per gli anni ’90, essere convinti dell’unicità di un giocatore impossibile da rivedere”.

Io credo che a questo mondo esista solo un grande Chiesa, che passa dalla Cremonese di Tentoni e arriva fino alla Sampdoria del sacro Mancini; passando dalla Nazionale eterna seconda, attraverso il Parma e il posto lasciato vuoto da Batistuta alla Fiorentina, arriva nella periferia di Figline Valdarno che va avanti nonostante Dio si dimentichi spesso dei suoi infortuni.

Enrico era cattivo e introverso e le poche parole che aveva da dire, le pronunciava a denti stretti. Federico parla un bel po’ di più, è fiorentino puro ed è furbo, polemico, con una grinta che entra nell’antistadio dell’arroganza. E si permette pure di dire, all’inizio: “Questi sono i gol di mio padre”. E sì è così. Ha ragione.
Siamo stati infatti tutti feticisti del tiro di Enrico Chiesa, ambidestro, ambizioso, ambivalente perchè assassino ma esteticamente impeccabile. Più bello o più efficace? In fondo era ancora un periodo nel quale il calcio italiano poteva permettersi certe disquisizioni da salotto, non ancora sofferente.
Non sono tuttavia la forza e l’effetto, il punto di maggior fascino della stoccata di piede di Chiesa è il tempismo. Vedere il pallone e tirare. Farlo in corsa e di corsa, di getto, d’istinto, di follia, di necessità, di prepotenza, di una fame che si è persa per lasciare il posto ad una nuova, quella di Federico, maggiormente muscolare, quasi nervosa, a scatto, dal lampo alla lampo per mettersi in mostra: mi chiamo Chiesa, faccio il calciatore anche io e lo voglio fare meglio.

Già sale l’odio, del promesso sposo alla Juventus, dell’antipatico da 70 milioni di euro, del giovane che già viene sciacquato di fischi. Federico per mezza Italia è insopportabile. Sperare che sia come o più forte del padre è fuori discussione. L’isteria nel tifo non la si calcia e scalcia “alla Chiesa”, uno stile che non è un’etichetta e nemmeno un marchio di fabbrica: è innata, è intrinseca nelle ossa e nella testa, è ereditaria.
Per questo, io credo che a questo mondo esistano solo due grandi Chiesa.

Azeglio Vicini, l’Incompiuta e l’immortalità mancata

donadoni-rigore-semifinale

“La verità è che Vicini deve rassegnarsi a capire che per ora ha perso la sua piccola possibilità di diventare immortale. Non ha fallito e non ha vinto, è rimasto nell’anticamera del trionfo. Ed è in quest’ ambiente da troppi anni per non capire che le quasi vittorie nel calcio sono più dannose delle sconfitte”. Così scriveva Mario Sconcerti su “La Repubblica”, il 23 agosto del 1990. Al Ct, protagonista di una conferenza stampa infuocata, non aveva ancora metabolizzato, a due mesi e mezzo dalla gara contro l’Argentina, la finale mancata a “Italia ’90”. Gli azzurri partivano con tutti i favori del pronostico, il quale indicava come certo almeno il raggiungimento del secondo posto. Diversamente sarebbe stata una sorta di tragedia sportiva. In realtà, il match al “San Paolo” fu uno psicodramma, prima-durante-dopo.

Martedì 3 luglio 1990. Argentina 1 a 1, 4 a 3 dopo i calci di rigore, recita il tabellino.
Al 17′ Schillaci colpì con la tibia il pallone scagliato verso la porta da Vialli e portò l’Italia in vantaggio: “Quando esultai andando verso la bandierina – spiegò qualche anno dopo l’attaccante – Giannini da dietro mi disse: Certo che culo che c’hai!”. 
Al 67′ però, si compì l’episodio che nessuno interpretò come quello che pose fine alla partita. Maradona aprì sulla sinistra per Olartigochea che crossò a destra sulla testa di Caniggia. La difesa fu colta come impreparata, Zenga uscì male e la punta albiceleste sfiorò il pallone mettendo a segno l’1 a 1.
“Un gol non irresistibile, forse preso in maniera inattesa”, commentò proprio Vicini tempo dopo, a occhi stretti, mezzi chiusi tra le rughe d’espressione.
Quella rete fu una beffa, più che un colpo, fu una carezza, fu la resa nervosa e di energie degli azzurri, ai quali rimase solo la forza di volontà e una solida convinzione: “Abbiamo continuato a costruire, a cercare di vincere, io non volevo andare ai calcio di rigore – spiegò qualche anno dopo l’attaccante –  Loro invece sì, tanto che facevano molti falli, spezzettavano spesso il gioco”. 
“Fu difficile affrontare il momento dell’eliminazione – raccontò ancora il capocannoniere del Mondiale italiano – Io ricordo che sono rimasto seduto dentro lo spogliatoio, mi veniva quasi da piangere: aver mancato una finale senza aver mai perso in campo”.

ARGENTINA – ITALIA 4-3 DTS (1-1)
Reti: 17′ Schillaci, 67′ Caniggia
Sequenza Rigori: 0:1 Baresi, 1:1 Serrizuela, 1:2 Baggio, 2:2 Burruchaga, 2:3 De Agostini, 3:3 Olarticoechea 3:3 Donadoni (parato), 4:3 Maradona, 4:3 Serena (parato)
Argentina: Goycoechea, Ruggeri, Simon, Olarticoechea, Serrizuela, Giusti, Burruchaga, Basualdo (99′ Batista), Calderon (46′ Troglio), Caniggia, Maradona. Allenatore: Carlos Bilardo.
Italia: Zenga, Baresi, Bergomi, De Agostini, Ferri, Maldini, Donadoni, De Napoli, Giannini (75′ Baggio), Vialli (71′ Serena), Schillaci Allenatore: Azeglio Vicini
Arbitro: Vautrot (Francia)

Sacchi ha detto che Donadoni non è un rigorista
“Non ho nulla da rispondere, di rigoristi non ce ne sono 200”.
E se al posto del Ct andasse un allenatore di club?
“Provate e vedete cosa succede. Sono proprio curioso. Parlando seriamente, avrebbe molti problemi. La formula del Mondiale sarà pure da cambiare, non so, certo il caldo gioca un ruolo pesante”.
Con quest’aria che tira, figuriamoci se può accettare critiche alla squadra, perciò viene al sodo:
“Subito dopo le sostituzioni c’è stato il doppio infortunio di Schillaci e Ferri”.
E già che ci siamo ce n’è anche per i commenti di Vialli e Giannini:
“Ho detto a Giuseppe che ha fatto un grande Mondiale e che l’ho sostituito perchè mi sembrava fosse stanco. Se non ha capito glielo spiegherò meglio. Ieri abbiamo visto insieme Germania-Inghilterra e facevo notare a Giannini la tranquillità con la quale Butcher lasciava il campo. Per quanto riguarda Vialli, mi sembra del tutto normale che l’attaccante insegue il difensore che viene avanti, succede in tutto il calcio moderno. Non me la prendo affatto per ciò che ha detto, questi giocatori dovrebbero avere la scaltrezza di capire che ogni loro dichiarazione può essere strumentalizzata. E su Vialli non aggiungo altro: so io quello che c’è voluto per imporlo quando non era titolare neanche nella Sampdoria. Rispetto la delusione: forse io a 57 anni ho più buon senso e quindi maggiore tolleranza. Su certe dichiarazioni va anche detto che si parla coi giornalisti tutti i giorni e ogni tanto ci sono frasi così…”.
“Io troppo buono? No, magari cinico, come quando ho dovuto far fuori gente che aveva vinto un mondiale o giocatori come Dossena e Bagni”.
Vicini dice queste cose, perchè sta per porre un problema analogo e vuol parlare del futuro:
“Oggi come oggi l’Italia mi è sembrata una squadra di buona levatura, no, non c’è stato alcuno sfinimento fisico. Andate a verificare chi ha tenuto più palla e iniziativa nella partita con l’ Argentina, perfino nei supplementari. D’altronde sul piano fisico non si possono avere Zatopek e Mennea insieme, se guadagni in quantità perdi in qualità e viceversa”.
Eccolo:
“Pensiamo al futuro, i trentenni dovranno lasciare il campo”. 
C’è un’ eccezione a questo discorso, riguarda Baresi:
“Non scherziamo, lui resterà in azzurro”.
Ultimo colpo per il presidente Matarrese:
“Ha detto delle cose sull’arbitro. Lui però parla da politico, sono certo che non sente intimamente quello che dichiara”.

(La Repubblica, 6 luglio 1990)

“Vicini è scivolato su una buccia di banana con quelle polemiche sul mondiale. Era l’ultima buccia di banana permessa: non avrà un’altra possibilità di rialzarsi” (Antonio Matarrese, Guerin Sportivo, settembre 1990)

I mesi che seguirono Italia ’90 furono duri per il Ct che alzò, in ogni occasione, un muro per difendere il suo operato sempre e comunque, redarguire i giornalisti che a comandare non erano le loro opinioni, ma lui in persona senza farsi condizionare da nulla nelle sue scelte. Fu una parabola discendente, che si chiuse con la mancata qualificazione a Euro 1992.

“(…) Etichettata come bella e senz’ anima, bella e discontinua, bella e sventata, la nazionale di Vialli e Baresi, Zenga e Giannini, Bergomi e Maldini ha illuso molto e deluso in proporzione alle illusioni. (…) Di fronte ai risultati, o ai non-risultati, Matarrese ha commesso l’ errore di mettere troppo in anticipo allo scoperto Vicini e, di conseguenza, anche Sacchi. Ma una decisione andava presa. La nuova Italia riparte in salita, con molti occhi addosso. Ma la vecchia Italia, che esce imbattuta eppure battuta da Mosca, non è da rimpiangere più di tanto”. 

(Gianni Mura, ottobre 1991)

 

I cinquantottini

Alla fine è stato un bene che tu lunedì sera non sia andata allo stadio…

Beh mamma, i biglietti se li sono mangiati in pochi giorni. Poi sì: col famoso senno del poi, è andata meglio così. È una disfatta però. Una disfatta.

Ah ma, fammi capire: quindi per te, è la prima volta nella vita che vedrai un Mondiale senza Italia.

Guarda mamma che è la prima volta anche per te! Sei nata nel ’57, non credo tu abbia grandi ricordi

Oh Madonnina, allora sì è un dramma.

—-

Non supereremo mai questa fase: la prima generazione “iper mass mediatizzata” che vive il fallimento di una mancata partecipazione ad un Mondiale. Non esiste nessuno che può raccontare, meglio di noi, cosa stava facendo il 13 novembre quando scegliemmo di buttarla sui cross tesi in area, davanti ad una Svezia che andava in crisi le rare volte che azzeccavamo tre passaggi di fila a terra, nel momento in cui il lancio lungo della difesa in area, non lo facevamo diventare un laccio al collo, che poi ci sarebbe tornato utile per un suicidio lungo tutti i 45 minuti del secondo tempo.

Abbiamo a disposizione tutte le immagini che volete per raccontare quell’agonia di assedio in area.

Le lacrime. Voi non potete capire quanto il tasso di umidità verso le 23 si sia alzato qua a Milano. Ora che abito vicino al “Meazza”, lunedì sera non mi sono affacciata sul balcone, ho avuto paura che il cielo fosse più pesante del mattone dentro lo stomaco, del cappio – ormai presenza amica e compagna – alla gola. Hanno pianto tutti, di frustrazione, di occasione della vita persa, di certezza mancata. Il Mondiale è rimasto l’unico punto fermo delle nostre esistenze d’estate, la stagione per eccellenza dove non torni mai te stesso quando a settembre ricomincia tutto e non importa quale età tu abbia. Ci siamo fatti andare bene la precarietà del lavoro, delle relazioni interpersonali, del Governo, ma quella della Nazionale, mancata ballerina equilibrista per partecipare alla competizione sportiva più importante che ci sia, no. Non viviamo in una società liquida ma in liquidazione, siamo in una fase chimica successiva, lo stadio gassoso. Un liquido lo possiamo raccogliere in un bicchiere, meglio se alcolico, ma una sostanza aerea no. Ci sono un’infinità di cose importanti diventate particelle di niente, per questo abbiamo l’olfatto sensibile, per questo sentiamo prima di chiunque altro il marcio. Eppure abbiamo bisogno di illuderci con la speranza puttana, quella sì, liquida, spogliarla per sentirci meno nudi quando l’ennesimo credo crolla. Serve fede, ma chi ce l’ha mai avuta fiducia in noi? Noi “studiati”, a sputare dignità per 500 euro al mese, con le generazioni precedenti che ci vogliono tutti in fila per raggiungere il contratto a tempo indeterminato e il posto fisso. Ma quando mai? Saremo degli illusi ma non dei fessi, anche se a volte dobbiamo ammettere che ci facciamo pena. È solo un momento di debolezza, l’ennesimo, per concederci un po’ di tenerezza dentro la quotidiana trincea.

Per questo ci permettiamo di farci spaccare il cuore quando Buffon piange, con tutti i suoi limiti di uomo ma non di portiere, quando De Rossi sale sul pullman della Svezia per chiedere scusa per l’inno fischiato. Eh sì perché siamo bravi a distrarci: il problema di lunedì, quello grave, ci sembra improvvisamente il mancato rispetto di una Nazione. Un surplus di dolore alla disfatta, un’altra occasione persa, un’altra macchia sulla coscienza, come non fossero bastate le ecchimosi delle gomitate di Toivonen e Berg. No, noi ne vogliamo di più, perché ci servono per capire quanto possiamo resistere contro vento, metterci una medaglia morale a quello che siamo in grado di sopportare, compreso il primo Mondiale perso.

Auguri Matthias Sammer, lo “scandalo” del Pallone d’Oro del ’96

Roberto Donadoni of Italy (left) is challenged by Matthias Sammer of Germany

Un premio al giocatore operaio, al lavoro duro e sporco. Si usarono queste parole, almeno sulle testate italiane, per spiegare l’assegnazione del Pallone D’Oro del 1996 a Matthias Sammer. Sì perchè in un certo senso andava lenita una sorta di ingiustizia, anzi due. La prima su Del Piero, che in quell’edizione arrivò addirittura quarto in graduatoria, nonostante la vittoria della Champions League e della Coppa Intercontinentale, decisa da una sua rete. La seconda forma di rammarico, che assomigliava per la verità a rabbia, era tutta per solidarietà a Franco Baresi: se non c’era riuscito lui con il Milan pigliatutto a infrangere il tabù del premio ad un difensore, come poteva avercela fatta il tedesco del Borussia Dortmund? E così ci si adoperò per gridare allo scandalo, nella speranza che facesse eco, soprattutto oltre i confini italiani, ma lontane le polemiche dalle consegne avanti Messi vs Cristano Ronaldo, Sammer si conquistò quel premio accendendo più discussioni negli anni a venire che al momento della cerimonia. “È più di un libero – disse all’epoca di lui Baresi, punto dai giornalisti nell’orgoglio, a volere a tutti i costi fargli uscire un po’ di veleno – Gioca in difesa e in attacco, viene dal centrocampo. Meritava di vincere: è stato giudicato il miglior giocatore dell’Europeo e per la sua nazionale è stato determinante”. Il difensore del Milan aveva ragione. Quello che fu portato come il Pallone D’Oro dello scandalo, era quanto mai più che meritato.

In classifica un giovanissimo Ronaldo, attaccante del Psv, si piazzò secondo, forte di una Coppa d’Olanda e di un bronzo alle Olimpiadi di Atlanta. Terzo Shearer, che seppur protagonista con l’Inghilterra negli Europei che si disputarono in casa, non vinse nulla nel corso dell’anno solare. Sammer non solo conquistò il titolo continentale facendo da guida alla Germania, ma anche Bundesliga, titolo di miglior giocatore dell’Europeo e titolo di miglior giocatore tedesco dell’anno. Tuttavia non bastarono, il tedesco non avrebbe dovuto vincere il Pallone D’Oro. Eppure il tetto d’Europa altro non era che il clou di un cammino di vita e di carriera complesso, iniziato come figlio d’arte, nella DDR e nella Dinamo Dresda. Un percorso cupo, non tanto per stereotipo della Germania Est, quanto intenso nelle sue vicissitudine calcistiche e non.

Matthias, nato nel 1967 a Dresda, sotto la guida tenace del padre Klaus, iniziò a giocare nella Dinamo, club legato alla Stasi, fino alla caduta del Muro. Più volte il calciatore ha raccontato di sentirsi osservato in quegli anni, tanto che poi lo stesso compagno di squadra Frank Lieberam, ammise che pure lui non era altro che una spia come ce n’erano tante, al servizio della polizia. A nazione unificata Sammer scelse fortemente lo Stoccarda e a dicembre conquistò subito un record: essere il primo tedesco orientale ad essere convocato nella nuova Nazionale, Germania-Svizzera 4-0.

La maturità di Sammer giocatore stava evolvendo in maniera ambigua perchè essendo molto duttile e capace sia in fase difensiva che d’attacco, non giocava nè come attaccante nè a centrocampo. L’Inter lo mise subito sotto osservazione e lo acquistò nel ’91. Il tedesco si trasferì a Milano solo un anno dopo, da vincitore della Bundesliga con lo Stoccarda. Nel frattempo non imparò una parola d’italiano e con il tecnico dei nerazzurri, Bagnoli, si spiegava a gesti sin dal primo allenamento. Due dita sul disegno di un campo toccarono la trequarti: Sammer voleva giocare dietro le punte. Il mister lo accontentò indietreggiando Shalimov davanti alla difesa. Il futuro campione d’Europa cercò di calarsi meglio che poteva nella Serie A (11 presenze e quattro reti a Napoli, Roma, Juventus e Pescara) ma non volle mai saperne di farsi adottare da Milano. La moglie fu uno dei motivi più tenaci che spinsero il trequartista a tornare in Germania (in un’intervista successiva, ammetterà di avere avuto incomprensioni tattiche col mister italiano, di finire spesso in tribuna causa il numero limite degli stranieri: due altri fattori forti che lo spinsero ad andarsene). La casa sul lago, bella da togliere il fiato, non era arredata se non da un letto e da un armadio. Voci di vicinato raccontarono del televisore adagiato su una cassetta della frutta e Sammer che girava in t-shirt e mutande nel vuoto delle stanze, indipendentemente dalla temperatura esterna. All’apertura del mercato invernale la richiesta urgente al presidente Pellegrini di essere ceduto. “Ciao” fu l’unico vocabolo che imparò su un volto insofferente, sulla voglia di mettersi alla prova a Dortmund. L’Inter lo cedette al Borussia e con i 9 miliardi incassati comprò Jonk. Fu mister Hitzfeld a prendersi cura della sua evoluzione tattica in giallonero, a spostarlo dalla trequarti alla difesa, facendolo diventare un libero molto offensivo con doti da regista, capace di impostare, dal basso, l’azione.

Della maturità di Sammer ne fece tesoro anche il Ct Berti Vogts che dopo un’estenuante guerra di nervi, lasciò fuori dalle convocazioni dell’Europeo inglese un monumento come Matthaus, rimpiazzandolo proprio col ragazzo di Dresda.

Visto il ritiro precoce dai campi di calcio avvenuto nel 1998, il premio francese, col senno del poi, ha rivestito anche l’urgenza di un’onorificenza ad un difensore elegante, solido ma soprattutto martoriato da cinque operazioni al ginocchio.